Attualità - 26 luglio 2026, 11:31

Dal caso Roggero alla politica, passando per l'odio sui social, intervista al Procuratore aggiunto della Dda reggina Musolino: "Il populismo giudiziario crea nemici, ma non risolve i problemi"

A colloquio con uno dei principali pm antimafia della scena italiana : "L’enfasi delle esigenze di sicurezza, a discapito dei diritti, troverà sempre un argine nella magistratura, perché è proprio questa la sua funzione costituzionale"

Il Procuratore aggiunto Dda (Foto da L'aria che Tira La7)

Il Procuratore aggiunto Dda (Foto da L'aria che Tira La7)

Il caso di Mario Roggero — il gioielliere di Grinzane Cavour - condannato in via definitiva a 14 anni e 9 mesi di carcere per l'uccisione di due rapinatori in fuga e il ferimento di un terzo — è diventato molto più di una complessa vicenda giudiziaria. È il prisma attraverso cui si riflettono le fratture, le paure e le polarizzazioni dell'Italia contemporanea. Da una parte c'è il trauma di una vittima, dall'altra il limite invalicabile che la legge pone tra la legittima difesa e la giustizia "fai da te". Nel mezzo, un dibattito pubblico e politico infiammato dai social network, dove i confini tecnici del diritto cedono spesso il passo alla pancia del Paese e alla ricerca del consenso immediato. In questo scenario segnato da attacchi alle sentenze, raccolte firme per la grazia e norme-manifesto sulla sicurezza, il confine tra il rigore delle aule di tribunale e l'agone propagandistico appare sempre più labile. Come si spiega ai cittadini il senso di una pena che ai loro occhi appare punitiva verso chi ha subito un reato? Come si tutela l'indipendenza della magistratura di fronte al rincorrersi di slogan e scorciatoie cognitive?

Per comprendere le implicazioni giuridiche, politiche ed umane di questo dibattito, ne abbiamo parlato con Stefano Musolino, Procuratore aggiunto della Repubblica presso il Tribunale di Reggio Calabria. Magistrato di lunga esperienza in prima linea nei processi d'inchiesta contro la 'ndrangheta e i reati contro la Pubblica Amministrazione, Musolino ha svolto funzioni sia di giudice che di pm, ed è stato anche per anni Segretario nazionale di Magistratura democratica, distinguendosi come una delle voci più attente nel dibattito sul ruolo etico della giurisdizione e sulla tutela dei diritti costituzionali. In questa conversazione, il magistrato analizza senza filtri i rischi del "populismo giudiziario", il ruolo dei media e della politica, offrendo una profonda riflessione sulla necessità di recuperare quell'empatia e quel senso di solidarietà che stanno alla base del nostro patto costituzionale.

L'INTERVISTA

Dottor Musolino, il caso di Mario Roggero ha scosso profondamente la provincia di Cuneo e l'opinione pubblica nazionale. Da un lato c'è la vicenda umana e traumatica di chi subisce una rapina, dall'altro una sentenza definitiva che applica il codice e distingue tra legittima difesa e un atto che la legge qualifica come omicidio. Quando il dibattito si sposta sui social o nelle piazze, questo confine tecnico sembra perdersi: come si spiega ai cittadini il senso profondo di una sentenza che ai loro occhi appare punitiva verso la vittima?

"Intanto, rammentando loro che è necessaria la fatica della conoscenza, per farsi un’opinione. A me pare, invece, che sia stata la suggestione, l’emozione indotta da abili manipolatori dell’informazione sui social ad avere generato quel movimento di opinione. In sintesi: i giudici hanno riconosciuto a Roggero tutte le attenuanti possibili; vi è stato, perciò, il massimo sforzo – a legge invariata – volto ad adeguare la pena alle speciali condizioni in cui sono maturati i fatti e, tuttavia, quella condotta andava punita poiché era fuori dai limiti di una difesa legittima, avendo sconfinato nell’uso delle armi per farsi giustizia da sé".

All'indomani della condanna abbiamo assistito a dichiarazioni molto dure da parte di esponenti del Governo e del Parlamento, seguite da attacchi e insulti indirizzati ai giudici che hanno emesso la sentenza. Da esponente della magistratura, quanto rischia di incrinarsi l'equilibrio tra i poteri dello Stato quando la politica commenta le sentenze "a caldo", trascinando la funzione giudiziaria dentro l'agone propagandistico?

"Purtroppo, la rottura di quell’equilibrio è ormai un dato cronico. Da quando una parte della politica ha inteso aggregare il consenso attraverso ben organizzate campagne mediatiche che esaltano la percezione di insicurezza collettiva. In questa, in verità, si fondono le frustrazioni per l’incapacità generale di trovare soluzioni ai grandi problemi della nostra epoca: il cambiamento climatico, la progressiva penuria di risorse naturali, le migrazioni economiche e generate dalle guerre, gli straordinari squilibri economici, l’anarchia delle grandi imprese Tech che hanno il vero potere economico e influenzano l’opinione pubblica grazie ai social. Proprio l’incapacità di trovare soluzioni reali a questi problemi complessi, genera il bisogno di un trovare un “nemico” su cui scaricare le responsabilità ed a questo scopo il populismo giudiziario svolge un ruolo rilevante. Ma l’enfasi delle esigenze di sicurezza, a discapito dei diritti, troverà sempre un argine nella magistratura, perché è proprio questa la sua funzione costituzionale che l’ultimo referendum ha confermato".

Il dibattito si è subito focalizzato sull'ipotesi della grazia, con raccolte firme e annunci da parte della politica, fino al chiarimento del Quirinale sulle prerogative esclusive del Presidente della Repubblica. C'è il rischio che la grazia venga percepita dall'opinione pubblica non come uno strumento eccezionale di clemenza umana, ma come una sorta di "quarto grado di giudizio" politico per annullare la legge?

"Il rischio è reale e il fraintendimento è pericoloso. D’ora in poi, basterà avere i soldi necessari ad organizzare una buona campagna social, per sperare di mettere il Presidente della Repubblica spalle al muro, di fronte alla pressione popolare così generata. E questo sarà un problema reale, quando non avremo più un Presidente del calibro di Mattarella".

Nel dibattito politico e nei recenti Ddl Sicurezza si fa strada la norma che punta a negare qualsiasi risarcimento civile in favore di chi subisce lesioni o danni mentre sta commettendo un reato. L'idea di fondo è "se fai una rapina e vieni ferito, non puoi chiedere i danni alla vittima". Da giurista e magistrato, come valuta questo tentativo di far intersecare il piano civile con quello penale? È una norma di buon senso o rischia di creare cortocircuiti con i principi costituzionali?

"È un problema di misura, meglio di ragionevolezza e proporzionalità. Già adesso una norma del codice civile prevede la possibilità di ridurre il risarcimento nel caso in cui il danneggiato abbia concorso a generarlo. Se il Legislatore lo riterrà necessario potrà enfatizzare di più questa previsione, non credo si possa annullare del tutto il diritto al risarcimento".

I cittadini vivono una forte sensazione di insicurezza e spesso avvertono la giustizia come distante, lenta o troppo garantista verso chi delinque e severa verso le vittime. Come magistrato, come si ricuce questa disaffezione senza cedere alle scorciatoie della "giustizia fai da te" o alla tentazione di adeguare la legge al sentimento dell'opinione pubblica?

"In verità, la giustizia è lenta nei riguardi delle attese che vi ripongono i molti che non hanno altro modo per vedere tutelati i loro diritti. Ma se c’è un settore della giustizia che funziona velocemente, questo è quello dei processi a carico dei criminali di strada, quelli che vengono arrestati in flagranza di reato. La percezione pubblica suggestionata dai social, invece, è opposta, mentre i problemi reali che potrebbero velocizzare e rendere più efficiente il sistema non vengono affrontati. Ancora una volta, il populismo giudiziario si dimostra strumento di distrazione di massa che non risolve i problemi della giustizia, piuttosto li nasconde mettendo altro a favore di telecamera".

Guardando la vicenda Roggero, al di là dell'applicazione rigorosa della legge, ritiene che la magistratura come categoria possa trarre qualche spunto di riflessione da questo caso? C'è un tema di tempi della giustizia, di freddezza delle aule rispetto al vissuto traumatico delle persone, o magari una difficoltà da parte dei giudici nel far comprendere all'esterno il peso delle proprie decisioni?

"La magistratura non ha né le attitudini, né la possibilità di diventare un protagonista del palcoscenico mediatico polarizzato tipico di questa epoca. Per questo ci sarebbe bisogno di leali relazioni istituzionali, specie da parte di chi esercitando i diritti di critica, anche polemica, dovrebbe ricordare che la sobrietà dei toni è il parametro che misura la saggezza politica". 

Al di là del codice penale e delle aule di tribunale, dietro questa vicenda ci sono vite irrimediabilmente spezzate e stravolte. Se dovesse spogliarsi per un attimo della veste puramente tecnica, da uomo prima ancora che da magistrato, cosa si sente di dire da un lato a Mario Roggero e alla sua famiglia, travolti da quella rapina e dalle sue drammatiche conseguenze, e dall'altro ai familiari dei due uomini che in quel pomeriggio hanno perso la vita?

"Guardando alle loro storie, prima di tutto, mi ritengo un uomo fortunato. Tutti dovremmo ricordare che essere vittima o carnefice spesso non dipende da se e quanto siamo bravi, ma da una serie di vicende che ci travolgono oppure ci orientano. Credo che coltivare un’empatia non solo emozionale, ma anche spirituale sia il modo più sano per approcciarsi a questa come ad altre simili vicende, perché ci consente di liberarci dalla logica: amico/nemico che guida lo spirito del tempo, per farci entrare in una logica della solidarietà tra persone consapevoli della propria finitezza, dei propri limiti che è al cuore dell’impegno costituzionale".

Angela Panzera

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