Agricoltura - 17 luglio 2026, 06:05

Saluzzo sempre più stretta nella morsa del capolarato: così i prezzi da "fame" dei supermercati schiacciano i produttori e i braccianti

Il rapporto della commissione regionale sullo sfruttamento fotografa l'emergenza in provincia di Cuneo dove l'accoglienza istituzionale sfida le regole spietate della Gdo e lo spettro delle agromafie

Saluzzo sempre più stretta nella morsa del capolarato: così i prezzi da "fame" dei supermercati schiacciano i produttori e i braccianti

C'è un angolo di Piemonte dove lo sfruttamento del lavoro agricolo non si nasconde tra le colline, ma si manifesta in modo massiccio, ciclico e visibile a tutti. È la pianura ortofrutticola di Saluzzo, un territorio che da anni si trova a gestire flussi imponenti di manodopera stagionale concentrati nei mesi della raccolta della frutta. A fare il punto sulla situazione è l'ultima relazione del Gruppo di lavoro sullo sfruttamento in agricoltura del Consiglio Regionale del Piemonte, che evidenzia come questo distretto sia diventato un vero e proprio laboratorio per l'accoglienza e la legalità.

A differenza delle aree vitivinicole, dove il lavoro si distribuisce su più mesi, il distretto di Saluzzo vive di picchi d'intensità straordinaria. Come spiegato in commissione regionale da Martina Sabbadini, ricercatrice dell'IRES Piemonte, "l'area del Saluzzese è la più colpita da un'alta concentrazione di manodopera stagionale e questo genera inevitabilmente assembramenti di persone che si muovono in cerca di lavoro".

Questa forte pressione demografica in periodi molto ristretti ha storicamente favorito la nascita di insediamenti informali e ghetti all'aperto, esponendo i braccianti al controllo degli intermediari abusivi e a condizioni di vita degradanti.

Proprio perché il problema era visibile e impossibile da ignorare, Saluzzo ha dovuto muoversi in anticipo rispetto ad altre realtà italiane. Negli anni, grazie alla collaborazione tra la Prefettura, i Comuni, le associazioni del terzo settore e i sindacati, il territorio ha cercato di strutturare un sistema di accoglienza istituzionale.

La relazione regionale sottolinea come l'area di Saluzzo sia "diventata anche un'area per il Piemonte, ma anche a livello nazionale, di laboratorio per sperimentare delle pratiche positive, da un lato, per ridurre gli insediamenti informali e, dall'altro, per aumentare la qualità del lavoro e la qualità della vita delle persone". Attraverso progetti dedicati, dormitori temporanei, moduli abitativi gestiti e l'utilizzo di fondi dedicati (inclusi quelli del PNRR), si è cercato di sottrarre i flussi di lavoratori migranti al controllo del caporalato, offrendo canali di collocamento trasparenti e alloggi dignitosi.

I successi del modello Saluzzo devono però fare i conti con forti pressioni economiche esterne. Il settore ortofrutticolo è fortemente condizionato dalla Grande Distribuzione Organizzata (Gdo), che in Italia controlla l'80% delle vendite alimentari. I dati presentati alla commissione dall'associazione "Terra! "evidenziano un paradosso strutturale: "solo 7 euro su 100 spesi al supermercato vanno agli agricoltori, rendendo difficile la sostenibilità delle aziende agricole".

Con margini di profitto ridotti all'osso, i produttori subiscono una pressione economica che spesso si scarica sull'anello più debole della catena: i salari dei braccianti. È in queste pieghe di vulnerabilità finanziaria che rischiano di inserirsi le agromafie, capaci di muovere a livello nazionale un giro d'affari stimato da Eurispes in circa 25,2 miliardi di euro all'anno.

Per consolidare i risultati di Saluzzo e garantire la legalità nelle campagne, la relazione regionale insiste sulla necessità di un "bollino etico" per le aziende agricole. L'obiettivo è istituire un sistema pubblico di qualificazione etica basato su controlli indipendenti e periodici, superando la logica delle semplici autodichiarazioni.

Come ricordato nelle conclusioni del rapporto d'inchiesta, garantire dignità e integrazione non è solo un dovere morale: "senza nuovi lavoratori e senza nuovi cittadini l'Italia rischia di fermarsi. Non è una questione identitaria, ma una sfida demografica, economica e produttiva che riguarda il futuro del Paese".


 

Angela Panzera

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