"In quel tempo, disse Gesù a Nicodèmo: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio, unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio". (Gv 3,16-18).
Oggi, 31 maggio 2026, la Chiesa celebra la solennità della Santissima Trinità (Anno A, colore liturgico bianco). A commentare il Vangelo della Santa Messa è don Silvio Longobardi, sacerdote della Diocesi di Nocera Inferiore-Sarno in Campania, ispiratore del movimento ecclesiale Fraternità di Emmaus.
Amore, vita, valori, spiritualità sono racchiusi nella sua riflessione per “Schegge di luce, pensieri sui Vangeli festivi”, una rubrica che vuole essere una tenera carezza per tutte le anime in questa valle di esilio. Pensieri e parole per accendere le ragioni della speranza che è in noi.
Eccolo, il commento.
"Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui» (3,17). Dio desidera salvare l’uomo, cioè liberare dal male e dai pericoli colui che Egli ha creato a sua immagine. È questo il suo mestiere, non sa fare altro, è l’unica opera che Egli conosce.
Questo annuncio è principio e fondamento della nostra speranza. In effetti, la storia dell’umanità è così carica di errori e di orrori, da far paura. È importante sapere che Dio mette in campo tutto il suo amore per riempire di vita i nostri giorni. Tutto questo si è compiuto – e si compie – per mezzo di Gesù, il Figlio unigenito. È su di Lui che oggi fissiamo lo sguardo. Solo Colui che è disceso dal Cielo può svelare il volto di Dio e condurci all’incontro con Dio.
L’evangelista assicura che «Chiunque crede in Lui ha la vita eterna" (3,16). La vita eterna non appartiene ai beni futuri, ma riempie di gioia i giorni faticosi del nostro pellegrinaggio terreno. La vera fede, se autenticamente professata e fedelmente praticata, ci fa gustare fin d’ora quella vita che ha il timbro di Dio. È necessario però precisare che le parole di Gesù non consentono quella lettura semplicistica e buonista oggi fin troppo diffusa. Al contrario, chiariscono bene le condizioni: «Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato» (3,18). Chi crede riceve la vita; e chi non crede si condanna a non vivere; chi non accoglie Gesù si chiude in una vita priva di amore; chi rifiuta Gesù e combatte la fede si preclude la via che conduce alla vita senza fine.
Se la salvezza del mondo dipende dalla fede che l’uomo ripone in Gesù Cristo, comprendiamo non solo l’importanza, ma l’estrema necessità della missione ecclesiale. Quest’opera di annuncio e testimonianza coinvolge tutti. Il nostro impegno permette a Dio di fare il suo mestiere. È un onore e una responsabilità.
Oggi chiediamo la grazia di essere anche noi angeli e non pietra di inciampo, chiediamo di dire parole che hanno il profumo del Cielo e di essere noi stessi una parola che lascia almeno intravedere il mistero.





