Da oltre un secolo il Giro d’Italia regala emozioni in tutto il Paese. E quest’anno lo spettacolo sarà ancora più avvincente con 21 frazioni dall’8 al 31 maggio per un totale di 3.459,2 km e un dislivello di 49.150 metri.
La grande partenza dalla Bulgaria, un passaggio al Sud, e poi la risalita. Calabria, Basilicata, Potenza, Napoli, il ritorno in pompa magna di Milano, da dove il Giro d’Italia il 13 maggio 1909 cominciò la sua storia con la prima edizione vinta da Luigi Ganna, muratore di Varese, dopo 397 km e 3 successi di tappa.
Erano altri tempi con frazioni lunghe circa 400 chilometri. Ai cronisti che gli chiesero come si sentisse dopo l’impresa, Ganna rispose con una frase entrata d’autorità nell’immaginario collettivo: «Me brusa el cù».
Tornando al presente, questo 109° Giro è un bel giro. Di quelli che ti obbligano a ricordare che l’Italia è un Paese unico al mondo. Con montagne da copertina come il durissimo Giau (Cima Coppi), Piani di Pezzè (Montagna Pantani). Spiagge come Viareggio, vulcani come il Vesuvio, perle rare come Paestum e l’arrivo a Roma con i suoi secoli di storia.
Grande scenario, quindi. Ma gli interpreti? Un vecchio detto del ciclismo ricorda che la corsa la fanno i corridori. Un luogo comune che ha una sua verità. Nel senso che in una tappa puoi metterci anche il K2, ma se poi non c’è battaglia svanisce la magia.
Tra coloro che hanno lasciato il segno c’è sicuramente Giuseppe Saronni. Nel 1977 con la Scic ha dimostrato il suo talento al Trofeo Laigueglia fino alla vittoria della Classifica del Giro di Sicilia e a classiche come il Giro del Veneto e del Friuli. Una sorta di predestinato pronto a regalare vittorie su vittorie in ogni competizione su strada e pista. Basti ricordare che Giuseppe Saronni vinse nel 1979 a meno di 22 anni il Giro d’Italia lanciandolo definitivamente nella stratosfera del mondo delle due ruote. Questo trionfo è stato poi replicato nel 1983 con una performance spaventosa.
Le sue vittorie, per un totale di 193 successi, lo hanno reso uno dei ciclisti più vincenti della storia italiana, solo superato dal rivale di sempre, ovvero Francesco Moser. Ci sono stati diversi momenti in cui Saronni ha dimostrato di essere il migliore di tutti, come alla Milano-Sanremo, sul Poggio ha attaccato tutti andando a conquistare questa meravigliosa corsa. E ancora: Coppa Bernocchi e Tre Valli Varesine, tappe alla Tirreno-Adriatico, la Milano-Torino, Coppa Sabatini e infine, la vittoria nel Giro di Lombardia. Per quanto riguarda il Giro d’Italia, oltre alle due vittorie della classifica generale si contano ben 24 tappe.
Un campione, un pilastro del ciclismo, un uomo straordinario che ha dato tutto, pedalando nelle più complicate strade del mondo. Chi ama lo sport non può dimenticare il suo scatto memorabile, passato alla storia come la “fucilata”. Mai vista (e mai più si vedrà) una cosa simile. Per molti si tratta della più grande volata della storia del ciclismo, perché lo sprint con cui Beppe Saronni conquistò il titolo mondiale nel 1982 a Goodwood, in Inghilterra, è di rara potenza e bellezza. Un’accelerazione fulminante a circa 500 metri dalla conclusione con cui il fuoriclasse azzurro seminò letteralmente gli avversari: al 2° posto distanziato di 5” si classificò l’americano Greg LeMond, al terzo l’irlandese Sean Kelly a 10”, altri due giganti del ciclismo dell’epoca.
Al Festival dello Sport di Trento è entrato nella Hall of Fame del Giro d’Italia, ricevendo quello che è il simbolo della Corsa Rosa di oggi, il Trofeo Senza Fine, riservato ai vincitori dal 1999. In mezzo ai suoi innumerevoli trofei, Beppe ha inserito anche questo, che gli ricorderà per sempre quello che ha fatto e cosa ha rappresentato per il ciclismo.
A TU PER TU CON BEPPE SARONNI
Ci sono i ciclisti, poi ci sono i campioni e in cima ci sono le leggende: Beppe Saronni e una di queste e noi l’abbiamo incontrato per farci due chiacchiere. Ci diamo del tu.
Beppe, ti piace il ciclismo di oggi?
«Il ciclismo piace sempre, ovviamente è cambiato molto dai nostri tempi. Sicuramente c’è stata una grande evoluzione, una grande ricerca, una grande scienza. Quello che è cambiato è un po’ il rapporto umano che c’è fra corridori, fra atleti e anche nelle squadre, però questo fa parte dei cambiamenti».
Cosa ti manca del ciclismo?
«A me manca l’amicizia, il rapporto umano con i compagni di squadra, perché il ciclismo è sì uno sport individuale, ma è anche uno sport di squadra. E senza l’amicizia, senza il rapporto umano con i compagni di squadra, che danno tutto per te, fino al 110%, tu non puoi vincere e fare risultato. Quindi oggi questa situazione in certe squadre a grandi livelli non c’è più, perché si corre in un altro modo, ma nel nostro ciclismo, e io sono legato al mio ciclismo, c’era questa amicizia e questo rapporto umano che per me non è mai cambiato».
Come hai scoperto la bicicletta?
«Grazie ai Giochi della Gioventù. Lo sport ci ha portato nei vari comuni, io ho scelto il ciclismo e da lì è nato tutto».
C’è un ciclista di oggi con il tuo Dna?
«È difficile dirlo. Il ciclismo è cambiato tanto, ci sono delle caratteristiche diverse, le corse sono più corte, più brillanti e più veloci, perciò è difficile fare confronti. Credo che i corridori di oggi siano unici, come eravamo unici noi».
La corsa che ti è rimasta nel cuore?
«Sono tante. Una su tutte? Il campionato del mondo è quello più popolare, però attenzione, perché a volte vinci delle corse con i compagni di squadra, rimediando a certe situazioni a certe tattiche, magari insperate, e anche quelle gare sono belle».
La sconfitta che ti brucia di più?
«A Praga, campionato del mondo nel 1981, ma nella nazionale c’erano tante rivalità. I corridori erano tutti campioni e tutti volevano giocare le proprie possibilità, quindi c’era anche un po’ di antagonismo nella stessa squadra (agli ordini di Alfredo Martini c’è una squadra formata da Amadori, Baronchelli, Battaglin, Contini, Gavazzi, Loro, Masciarelli, Moser, Panizza, Saronni, Torelli e Vandi. Gli italiani terranno sotto controllo tutta la gara con la sola eccezione dello sprint finale con Freddy Maertens, che beffa proprio Saronni, ndr)».
Cosa consigli ai giovani che si avvicinano al ciclismo?
«Il ciclismo è uno sport difficile, pericoloso, perché vai sulle strade, oggi è pericolosissimo, è uno sport di grande fatica, ma ti dà tante soddisfazioni, poi soprattutto ti dà degli obiettivi, come fa lo sport in generale. Il ciclismo, inoltre, ti abitua a dei principi e a dei valori».
IL FASCINO DELLA MAGLIA ROSA
La maglia rosa è il simbolo per eccellenza del Giro d’Italia, una delle tre grandi corse a tappe del ciclismo mondiale insieme al Tour de France e alla Vuelta a España. Introdotta nel 1931, deve il suo colore al quotidiano sportivo La Gazzetta dello Sport, stampato appunto su carta rosa.
Il primo corridore a indossarla fu Learco Guerra, che vestì la maglia di leader il 10 maggio 1931 vincendo la prima tappa di quel Giro, la Milano-Mantova. Da allora, in 109 edizioni della corsa, l’hanno vestita tantissimi corridori: in testa c’è Merckx con 78 maglie davanti a Moser con 57 e Bartali, 50. La Rosa è diventata l’obiettivo principale di ogni corridore: portarla anche solo per un giorno significa entrare nella storia. L’ultimo vincitore del Giro d’Italia è Simon Yates, protagonista di un’impresa memorabile nella tappa del Colle delle Finestre, dove è riuscito a ribaltare la corsa e conquistare la classifica generale.
Nel corso della storia, pochi campioni sono riusciti a dominare la corsa rosa per più edizioni. Il record di vittorie, cinque, appartiene a tre leggende: Alfredo Binda, Fausto Coppi e Eddy Merckx. Subito dietro troviamo altri grandi nomi con tre successi: Giovanni Brunero, Carlo Galetti, Gino Bartali, Fiorenzo Magni, Felice Gimondi e Bernard Hinault. Vincenzo Nibali è ancora l’ultimo vincitore italiano: 2016. Campioni che hanno contribuito a costruire il mito della maglia rosa, rendendola uno dei simboli più prestigiosi dello sport mondiale.
La maglia rosa non è solo un simbolo sportivo: è un’icona della cultura italiana e della storia del ciclismo. Dal primo leader Learco Guerra fino all’ultimo vincitore Simon Yates, ogni edizione del Giro racconta una storia unica. Quest’anno sembra esserci un copione già scritto, quello che annuncia il trionfo di Vingegaard. Ma il bello del Giro è proprio questo: la maglia rosa non si assegna sulla carta, ma sulla strada, tra fatica, montagne e imprevedibilità.





