Cronaca - 08 aprile 2026, 16:08

Delitto Nada Cella: per i giudici il silenzio dell’imputata non può diventare un alibi

Le motivazioni della condanna a 24 anni per Anna Lucia Cecere: "La rinuncia a parlare è un diritto sacro, ma non sostiene profili difensivi senza allegazioni dirette"

Nada Cella

Nada Cella

A distanza di quasi trent'anni dal tragico 6 maggio 1996, quando Nada Cella fu uccisa a Chiavari, la Corte d’Assise di Genova torna a fare luce su uno dei nodi più discussi del processo: l'assoluto silenzio di Anna Lucia Cecere. La donna, recentemente condannata a 24 anni di reclusione per l'omicidio, ha scelto di non partecipare mai alle udienze e di non rendere alcuna dichiarazione, una strategia difensiva che i giudici hanno analizzato dettagliatamente nelle motivazioni della sentenza.

La Corte ha innanzitutto voluto blindare un principio cardine del nostro ordinamento: il diritto dell'imputato di non collaborare. I giudici hanno definito "sacrale" il silenzio serbato dalla Cecere, definendolo un architrave della civiltà giuridica.

Secondo la sentenza nessun argomento di prova può essere desunto dal fatto che l'imputato si sottragga all'esame delle parti; la scelta di non parlare è un pieno esercizio del diritto di difesa e tale circostanza non può, in alcun modo, essere utilizzata per affermare la colpevolezza dell'imputato.
Tuttavia, i magistrati hanno chiarito che questa scelta non è priva di conseguenze sul piano processuale. Se da un lato il silenzio non prova la colpa, dall'altro non può essere "spacciato per alibi". La rinuncia ad apportare elementi al processo è infatti considerata "a tutto tondo": riguarda sia i profili di addebito che quelli di discarico.

"Non può essere lo stesso silenzio a sostenere profili difensivi che avrebbero richiesto la diretta allegazione da parte dell’interessato".

In altre parole, se l'imputata non fornisce direttamente una versione dei fatti o una giustificazione sulla sua presenza o meno sul luogo del delitto, il giudice non ha l'onere di riscontrare ipotesi difensive che non sono mai state formalmente introdotte. La Corte si deve limitare a verificare la tenuta logica delle prove d'accusa e la loro coerenza con il quadro istruttorio.

Il processo si era concluso lo scorso 15 gennaio non solo con la condanna della Cecere per l'omicidio volontario di Nada Cella, ma anche con la condanna a due anni per favoreggiamento del commercialista Marco Soracco. Quest'ultimo, datore di lavoro della vittima all'epoca dei fatti, era finito sotto la lente degli inquirenti per aver ostacolato le indagini negli anni successivi al delitto.

Con queste motivazioni, la Corte d'Assise ribadisce che, pur nel rispetto delle garanzie dell'imputato, la verità processuale si costruisce sulla solidità degli elementi d'accusa, laddove la difesa scelga la via dell'assoluta assenza di interlocuzione.

Redazione

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