Quando vita privata e pubblica, famiglia e politica, si intrecciano fino a diventare due facce della stessa medaglia. È la storia di Angelo Incandela, raccontata oggi a Cuneo dal nipote Lorenzo Pasqua, autore insieme a Carmen Scocozza de “La voce della verità”. E' il libro dedicato alla figura del maresciallo della polizia penitenziaria, protagonista silenzioso di alcune delicate pagine della storia italiana tra la fine degli anni Sessanta e inizio Ottanta, altrimenti noti come gli Anni di Piombo.
Il racconto si intreccia con uno degli episodi più drammatici della Repubblica italiana avvenuto il 16 marzo 1978, in via Fani a Roma, quando le Brigate Rosse rapirono Aldo Moro, presidente della Democrazia Cristiana, e uccisero i cinque uomini della scorta Oreste Leonardi, Domenico Ricci, Giulio Rivera, Francesco Zizzi e Raffaele Iozzino. Una vicenda che ancora oggi rappresenta una ferita aperta nella memoria del Paese e che quest'anno è giunta al 48esimo anniversario.
Ma Angelo Incandela oltre al legame con Moro e la storia italiana, fu legato anche a Cuneo. Nel quartiere San Paolo, infatti, trascorse gli ultimi anni della sua vita, con un periodo agli arresti domiciliari, dove si spense il 10 giugno 2016 all’età di 81 anni.
Attraverso documenti, lettere e ricordi familiari, il romanzo ricostruisce la figura di un uomo proveniente da una famiglia modesta, che scelse la divisa non per vocazione ma per necessità, con l’obiettivo di garantire stabilità economica ai propri familiari. Fin da giovane mostrò una forte determinazione: partecipò alle proteste della Resistenza da bambino e sperimentò in prima persona la durezza del carcere, esperienza che contribuì a orientarlo verso la carriera nel corpo degli agenti di custodia.
Dopo la formazione a Cairo Montenotte, Incandela prestò servizio in diversi istituti penitenziari fino ad arrivare nel 1968 alla casa di reclusione di Volterra, struttura di massima sicurezza destinata ai detenuti più pericolosi. In quel contesto, a seguito di un episodio disciplinare particolarmente duro, gli venne attribuito il soprannome di “Boia di Volterra”, appellativo destinato a segnare a lungo la percezione pubblica del suo ruolo.
Successivamente il maresciallo sarebbe risultato coinvolto in attività riservate legate alla lotta al terrorismo e alla criminalità organizzata. In una lettera del 1977 racconta di aver incontrato il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, che lo avrebbe coinvolto in una rete informativa interna alle carceri finalizzata al monitoraggio di detenuti considerati particolarmente pericolosi. L’incarico prevedeva attività di osservazione, raccolta di informazioni e installazione di strumenti di registrazione, operazioni svolte con la massima discrezione e senza riconoscimenti ufficiali.
La documentazione evidenzia in particolare il ruolo svolto da Incandela durante la detenzione nel carcere di Cuneo del brigatista Patrizio Peci, tra i primi collaboratori di giustizia contro l’organizzazione terroristica. Incandela descrive un lavoro di mediazione e osservazione psicologica che avrebbe contribuito ad avviare il percorso di collaborazione del detenuto, sottolineando come il proprio contributo sia rimasto nell’ombra rispetto alla notorietà di altri protagonisti istituzionali.
Dalle lettere emerge il ritratto di un funzionario segnato dal peso delle responsabilità e dalla necessità di operare in un contesto caratterizzato da tensioni continue, sospetti e controlli reciproci.
La dimensione professionale appare costantemente intrecciata a quella personale: Incandela si descrive come un uomo fedele allo Stato, ma consapevole dei sacrifici richiesti dal suo ruolo, spesso privo di riconoscimenti pubblici.
Accanto alla figura istituzionale emerge anche quella privata: marito e padre, profondamente legato alla famiglia, capace di affrontare trasferimenti e difficoltà mantenendo saldo il senso del dovere. Il racconto restituisce così l’immagine di un servitore dello Stato che operò lontano dai riflettori, contribuendo, secondo le testimonianze raccolte, a momenti cruciali della lotta al terrorismo e alla mafia nell’Italia del secondo dopoguerra.
Nel libro trova spazio anche la riflessione personale del nipote Lorenzo Pasqua, che ha deciso di approfondire la storia del nonno partendo da un volume già esistente, quello scritto dal giornalista Pino Nicotri, intitolato Agli ordini del Generale Dalla Chiesa. Proprio il finale di quel libro, con l’invito “Ora giudicate voi”, ha rappresentato per Pasqua uno stimolo a rileggere i fatti alla luce di una nuova consapevolezza, ma anche l'esigenza di tracciare un profilo privato. Un omaggio al nonno che, una volta rimasto orfano di padre ad appena 9 anni, ha ricoperto un ruolo quasi paterno. “Devo molto a mio nonno - lo ricorda Pasqua -. Avrebbe tanto voluto esserci fino ai miei 18 anni per vedermi diventare grande. Purtroppo ho perso anche lui prima, ma ho custodito molti suoi insegnamenti di vita”.
Incandela stesso, nelle sue parole, lasciò trasparire amarezza nel raccontare il giorno della pensione, il 29 maggio 1993, dopo trentanove anni di servizio, quando venne riformato per malattia di servizio dall’ospedale militare di Torino. Scrisse di aver vissuto a lungo in una condizione di costante allerta, senza ricevere pieno riconoscimento per il lavoro svolto, arrivando ad affermare che, potendo tornare indietro, avrebbe limitato la propria carriera al ruolo di comandante del carcere.
Il libro rappresenta quindi una sorta di riscatto, una resa dei conti simbolica che in vita non si era compiuta.
“L’unico libro che raccontava la storia di mio nonno – spiega Pasqua – era quello di Pino Nicotri. Leggendolo ho ritrovato la sua vita, scandita da vicende storiche importanti. Il finale mi incuriosì molto: sembrava un invito a rileggere i fatti con una nuova consapevolezza”.
Il progetto editoriale è nato dall’incontro tra Lorenzo Pasqua e Carmen Scocozza, che insieme si sono immersi in un intenso lavoro di ricerca durato circa un anno. “Ci siamo incontrati quasi per caso e abbiamo capito subito che c’era una storia da raccontare – dice Pasqua –. Per me è stato un percorso molto emotivo, perché riguarda la mia famiglia”.
Anche per Scocozza il libro ha rappresentato una sfida importante: “Ho capito subito che si trattava di un testo da riscrivere. Nel volume precedente mancava la dimensione familiare e intima. Io scrivo principalmente favole per bambini, quindi confrontarmi con una storia vera e così complessa è stato impegnativo”.
Il lavoro si è basato sulla raccolta di fonti, testimonianze familiari e atti giudiziari, con l’obiettivo di ricostruire non solo il profilo pubblico di Incandela, ma anche il lato umano. “Abbiamo cercato di bilanciare verità storica e narrazione personale, intrecciando la dimensione privata con quella pubblica” spiegano gli autori.
Nel libro emerge con forza anche il rapporto tra nonno e nipote. “Da piccolo non conoscevo fino in fondo la sua storia – racconta Pasqua –. Per me era il nonno che mi portava al parco o a vedere le partite. Solo crescendo ho compreso la portata della sua esperienza e oggi mi rendo conto di quante domande avrei voluto fargli”.
Secondo Scocozza, proprio questo legame rappresenta uno degli elementi più profondi dell’opera: “Per Angelo Incandela Lorenzo non era solo un nipote, ma quasi un figlio. Questo rapporto contribuisce a dare profondità alla narrazione”.
La scelta di lasciare il finale aperto è stata intenzionale: “Non crediamo nei finali completamente chiusi – spiega Scocozza –. Volevamo lasciare al lettore la possibilità di riflettere”. Un’idea condivisa anche da Pasqua: “Ogni lettore può costruire la propria interpretazione dei fatti”.
Il libro si propone così come un lavoro che unisce memoria, identità e ricerca della verità, offrendo una prospettiva personale su una vicenda complessa della storia italiana e riportando al centro la figura di un uomo che, secondo le testimonianze raccolte, ha operato nell’ombra contribuendo a momenti cruciali della lotta al terrorismo.
Un racconto che, partendo da una storia familiare, si apre alla riflessione collettiva sul rapporto tra Stato, giustizia e memoria.





