In quel tempo, vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo: «Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli. Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati.
Beati i miti, perché avranno in eredità la terra. Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati. Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia. Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio. Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio. Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli. Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli» (Mt 5,1-12).
Oggi, 1° febbraio 2026, la Chiesa giunge alla IV Domenica del Tempo Ordinario (Anno A, colore liturgico verde).
A commentare il Vangelo della Santa Messa è Pierluigi Dovis, già Direttore della Caritas Diocesana di Torino. Amore, vita, valori, spiritualità sono racchiusi nella sua riflessione per “Schegge di luce, pensieri sui Vangeli festivi”, una rubrica che vuole essere una tenera carezza per tutte le anime in questa valle di esilio. Pensieri e parole per accendere le ragioni della speranza che è in noi.
Eccolo, il commento.
"Il brano di Vangelo che ci viene offerto alla meditazione è arcinoto a tutti, anche a chi non è assiduo frequentatore della liturgia. Nelle parole avvolgenti, nelle promesse dense di speranza, nei soggetti evocati mentre altrove sono dimenticati, nella solennità di una scena che ha il gusto delle antiche manifestazioni divine troviamo qualcosa di affascinante e, forse, di consolatorio. Ma, nello stesso tempo anche di sconvolgente e, per alcuni, addirittura di evanescente. Come si può qualificare beato - che è il modo biblico per dire felice - chi non ha nulla, chi soffre, chi è emarginato, chi non sa godersi la vita, chi è perseguitato? Ancora di più: come è possibile che qualcuno mi definisca beato non guardando al mio passato, da cui ho tratto le ragioni per essere contento, ma puntando lo sguardo sul mio futuro di cui nulla posso sapere in anticipo? Non è, forse, un depistaggio quello che ci offre Gesù, una sorta di inganno tanto per tenerci buoni adesso nella presupposta speranza che in futuro le cose cambieranno in meglio? Eppure, queste parole solenni e sfidanti sono poste all’inizio del racconto dell’insegnamento del Maestro, inequivocabilmente tale, perché seduto in alto, quasi nella stessa sede del Padre. E dunque non può essere che parlino di inganno, perché equivarrebbe a dire che tutto ciò che verrà dopo - appunto il lungo e centrale discorso della montagna - null’altro sarebbe se non menzogna. In effetti, solo chi è seduto nell’alto, chi vede con occhi dall’orizzonte non limitato, chi ha davanti a sé il tempo non come serie di pezzi tra loro staccati, ma come un tutt’uno può con sicurezza proclamare di qualsiasi persona disistimata dal mondo che, invece, è felice. Non si tratta di un augurio, né di incoraggiamento o di sostegno psicologico: è una constatazione basata sul fatto che effettivamente sarà così. Questo è il disegno di Dio, questa è la vita eterna, questo il proprio della natura umana redenta. In ragione di tale sguardo le Beatitudini diventano anche la Magna Charta della vita del discepolo, il tracciato per il cammino di sequela avente quale meta certa la beatitudine della vita trinitaria.
Proprio perché il Signore ci vede felici, siamo chiamati a coltivare in noi le dimensioni umane e spirituali che sono illuminate dalla luce della felicità, non come pesi, ma come opportunità. Il testo evangelico non recita né «beati se siete poveri in spirito» né «beati perché siete puri di cuore»… perché queste caratteristiche non sono le condizioni per ottenere il premio della felicità, il lasciapassare per entrare nel Regno. Sono, invece, i semi della vita santa - la giustizia come meglio è definita dal Nuovo Testamento - che la Grazia ha innestato in noi quando ci ha reso figli nel Figlio, immagine somigliantissima di Colui che ci ha pensati e creati. È come il nostro DNA, che siamo chiamati a far emergere al meglio con la pazienza del lasciare agire Dio in noi, verificandoci con Lui, ascoltando la sua voce, sottoponendoci alla sua signoria.
A mano a mano che l’emersione avviene ci accorgeremo di essere già all’opera per mettere in pratica tutte le espressioni della vita nuova, quelle che nel resto del capitolo 5 e dei successivi l’evangelista Matteo descrive come indicazioni per la vita di ogni giorno. Non un nostro sforzo, ma l’attività della Grazia che lievita in noi.
Lo stile letterario del dire beato in prospettiva - che, dal termine greco viene definito macarismo - ci fa scoprire che non sappiamo di essere felici, perché guardiamo dentro di noi scrutando il cuore e la mente, ma perché abbiamo teso l’orecchio ad ascoltare una voce che dall’esterno e dall’alto ci “proclama” tali. La felicità non è una scoperta, ma una nomina. In ogni momento, in ogni cosa, in qualsiasi situazione, anche contro ogni evidenza, lasciamoci chiamare beati".





