Cronaca - 30 gennaio 2026, 15:45

Condannata a due anni e nove mesi la OSS accusata di maltrattamenti alla Tapparelli di Saluzzo

A essersi costituita parte civile contro la donna è stata la stessa struttura, cui dovrà corrispondere 10 mila euro di danni. Tra gli episodi contestati, quello di averla vista "torcere i pollici" a un ospite degente presso il nucleo Alzheimer temporaneo

Immagine di repertorio

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Due anni e nove mesi di reclusione. Questa la sentenza pronunciata stamane, venerdì 30 gennaio, riguardante un caso di maltrattamenti avvenuto alla casa di riposo Tapparelli di Saluzzo. 

L’accusata, per cui la Procura aveva chiesto due anni di reclusione (con la sospensione condizionale), è una donna che lavorava come operatrice socio sanitaria nel nucleo Alzheimer temporaneo (Nat). 

A denunciarla era stata una sua collega, la quale aveva concluso la sua attività lavorativa in quella stessa casa di riposo. Ai Carabinieri aveva raccontato che la donna avrebbe maltrattato alcuni anziani degenti. Da qui iniziò l'attività ispettiva dell'Asl Cn1, che si occupa di attuare le sorveglianza sulla Rsa. Era il gennaio 2022. 

La OSS si presentò in caserma raccontando di alcuni presunti fatti che si sarebbero consumati tra il 19 e il 20 novembre 2021. Fatti che si riferirebbero limitatamente ai turni di lavoro che avrebbe avuto insieme alla collega. Accusata in seguito, di fronte al tribunale a di Cuneo, di maltrattamenti su due ospiti degenti del Nat. 

Ad essersi costituiti parte civile nel processo a carico dell'imputata le famiglie degli ospiti - uno di questi deceduto- e la stessa Rsa.  La donna dovrà corrispondere in totale un risarcimento di 10 mila euro. 

Nel corso dell’istruttoria, era stato ascoltato il luogotenente Giancarlo Usai che aveva riassunto l’attività di indagine: nei due soggiorni della struttura, cioè gli ambienti  in cui gli ospiti trascorrono gran parte delle loro giornate, furono installate delle telecamere ambientali. L’attività di monitoraggio durò circa un mese. 

Ma di quei presunti maltrattamenti, non vi fu alcun riscontro. “Nulla si è colto da intercettazioni ambientali, perché le manovre venivano svolte in camere private degli ospiti" - ha ricostruito il pubblico ministero in aula.  

Gli episodi tenuti successivamente in considerazione, riguarderebbero due cadute di altrettanti ospiti avvenute il 21 e 26 novembre: entrambi si sarebbero verificati durante i turni dell’imputata. Ma la “caduta” che avrebbe attirato maggiormente l’attenzione delle autorità, sarebbe stata quella avvenuta il giorno 26, per la quale venne richiesto l’intervento di un’ambulanza per una paziente del reparto di alta intensità che riportò una tumefazione alla testa.

Dall’esame delle cartelle cliniche - aveva proseguito Usai- non vi era nessuna correlazione tra le lesioni e i fatti denunciati”.  "Il gesto non lasciava segni - aveva proseguito il pm- per questo non ci sono lesioni riscontrate”. Accuse che la stessa imputata ha sempre respinto (LEGGI QUI)

Tra le varie contestazioni rivolte l’operatrice, anche quella di aver “schiacciato i pollici a un paziente”.  “Non ho mai fatto questo genere di intervento - aveva ribadito l’imputata - Sicuramente qualcuno ha visto questo modo di alzare le persone dalla toilette e di accompagnarle in carrozzina a sedersi”.  

“Non è stato uno scontro tra metodiche di giovani e vecchie dipendenti, perché anche quella che lavorava dal 2009 ha rilevato condotte non consone - ha ribattuto il pm-.  La manovra integra i maltrattamenti perché è stata ripetuta e provoca dolore”.  

Nessuna violenza aveva poi garantito la OSS, aggiungendo che in casi di necessità ci si rivolgeva agli infermieri: “Perché tutte le persone con stati di agitazione molto forte avevano terapie al bisogno: in alcuni casi contenerle era molto difficile”. 

In merito all’episodio riferito della collega che la accusò, l'imputata ha fornito una versione differente: “Ci siamo accorte che la signora sanguinava dalle braccia, quando ci siamo avvicinate per alzarla dal letto: aveva la pelle molto sottile, solo sfregare le braccia poteva provocare sanguinamenti. Ho detto alla collega di chiamare l’infermiera per la medicazione: è andata così, l’abbiamo alzata e accompagnata alla porta”.

“Mi è capitato di alzare la voce. Può succedere in un reparto così - aveva ammesso lei - perché in primo luogo le persone sono abbastanza sorde, io poi ho un mio modo di parlare e lavoravo in uno spazio molto grande: per questo c’era bisogno di parlare un po’ più forte. È successo che alzassi la voce se una persona in corridoio spingeva un altro ospite, ma non urlavo”.

“Tutti hanno tenuto conto di difficoltà dell’ ambiente - ha concluso il sostituto rassegnando  le proprie conclusioni- La finalità perseguita era comunque di igiene e vestizione dell’ospite”.   

Dopo le richieste avanzate dalle parti civili, che si sono associate alla ricostruzione operata dalla Procura, era  stata la volta della difesa dell’imputata che ne aveva chiesto l’assoluzione. Quella manovra, secondo il legale sarebbe stata solo “una scelta di tutela dell’anziano per evitare di causare traumi su braccia fragili”. 

“È efficace non perché fa male e la persona smette è efficace perché l’anziano si sente più contenuto - aveva continuato- La presa ordinaria per i palmi è più sfuggente: Siamo d’accordo che la scelta primaria sarebbe quella di resistere, ma ci sono situazioni in cui l’anziano è pericoloso per se stesso e gli altri”.  

Per l’avvocato, dunque, nessuna violenza sarebbe mai stata perpetrata sugli ospiti, anche a fronte del fatto che nessuna delle colleghe dell’imputata ne abbia mai denunciato uno. “Ogni condotta di contenimento in astratto può essere considerando maltrattamento”, aveva concluso. 

CharB.

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