Ci sono persone che non si raccontano per titoli o incarichi, ma per la densità di ciò che hanno tenuto insieme nel tempo. Ad Alba, monsignore Bernardino Negro – per tutti, semplicemente, don Dino – è uno di quei nomi che sembrano stare dentro la città come un riferimento naturale: una presenza riconoscibile, una voce che ha attraversato stagioni diverse, generazioni diverse, bisogni diversi.
Il tempo, certo, è passato. E nell’agosto 2025 è arrivato anche il momento della formalità: per limiti di età è stata accolta la rinuncia alle parrocchie di San Lorenzo, Santi Cosma e Damiano e San Giovanni in Alba, mentre resta rettore del Seminario vescovile. Ma certe notizie, quando riguardano persone così, non riescono davvero a chiudere un capitolo: perché la sostanza è rimasta la stessa. Nella pratica quotidiana don Dino continua a essere quello di sempre, con la stessa passione e la stessa disponibilità, come se la parola “pensione” fosse soltanto un dettaglio amministrativo e non un cambio di passo.
“È un momento delicato, perché io mi sono molto affezionato alla comunità del Duomo”, confida. “Anche per Santa Margherita, devo dire la stessa cosa”. E dentro queste parole non c’è la nostalgia dei bilanci, ma la consapevolezza di anni vissuti dentro una trama di relazioni che si costruiscono nel quotidiano: dieci anni a Santa Margherita e quindici al Duomo, un tratto lungo di venticinque anni di parrocchia, sempre senza smettere di tenere accanto la pastorale dei ragazzi e dei giovani.
La carità è la risposta
È forse qui che si capisce una sua cifra che torna spesso anche nel modo in cui racconta la vita comunitaria: non parte dai “progetti”, parte dai gesti concreti, da ciò che fa funzionare davvero una comunità, anche quando non si vede. “Ho creato tutto dal volontariato, perché voglio sempre che ci sia qualcuno che risponda al telefono, che accolga le persone con delicatezza, affabilità, gentilezza”, dice. È un dettaglio che sembra piccolo e invece descrive benissimo la direzione: per lui l’accoglienza non è un valore astratto, è un’organizzazione attenta, una porta che resta aperta davvero, non solo a parole.
Poi, nel suo racconto, arrivano quelli che lui stesso chiama “i tre gioielli della carità”: Il Pane di San Teobaldo, il Gruppo di Betania e l’oratorio con il doposcuola. E quando li nomina, lo fa con quella naturalezza che hanno le cose essenziali, quelle che non hanno bisogno di essere “presentate”, perché sono già dentro la vita di ogni giorno.
Dell’oratorio e del doposcuola parla con una concretezza che non cerca effetti. “Ci sono costantemente una cinquantina di ragazzi tutti i giorni, dalle due e mezza alle diciotto, che vengono dopo scuola”, racconta. “Molti dei quali sono poveri, sono anche extracomunitari. La prima povertà è l’ignoranza”. E allora il doposcuola diventa una forma di cura che non fa rumore, fatta di istruzione e accompagnamento: “Facciamo istruzione, educazione, integrazione”. E la nota che per lui conta davvero torna subito: “Anche questo è tutto volontariato”, con l’unica eccezione della figura responsabile.
Ma è quando entra nel tema del Pane di San Teobaldo che la città appare in una forma quasi tangibile. Don Dino lo racconta come una macchina quotidiana e, insieme, come un gesto continuo di prossimità: “Tutti i giorni, dal lunedì al venerdì, abbiamo in media più di 80-90 famiglie che vengono a prendere da mangiare”. Una cifra che da sola basterebbe a restituire il peso reale di quel servizio.
Poi descrive il movimento, quasi fosse un percorso quotidiano tracciato nelle vie di Alba: “Passiamo ogni giorno a prendere il pane avanzato in tutte le panetterie di Alba”, e non solo. “Grazie anche a molti bar e supermercati che ci danno tutto ogni ben di Dio”. È qui che il quadro si allarga e diventa più preciso: non un gesto isolato, non un’iniziativa “una tantum”, ma un lavoro costante, che regge perché è composto da persone che tornano, sera dopo sera, senza proclamarsi.
“Uomini, donne, giovani che vengono a regalare un’ora alla sera a turno”, dice. “Sono 6-7 per sera”. E questa, in fondo, è l’immagine più fedele di una carità che non è narrazione, ma ritmo: turni, presenza, continuità. Un servizio che tiene insieme anche mondi diversi: volontari che lavorano, pensionati, giovani, figure che danno una mano senza chiedere in cambio visibilità, ma perché hanno riconosciuto lì un punto reale della città.
In questa stessa trama di comunità, don Dino inserisce un altro dettaglio che per lui è tutt’altro che marginale: i bambini, i gruppi, i chierichetti. “Ieri mi dicevano che erano in 35 in Duomo”, sorride. “Pensate che bello la domenica”. E anche qui spiega una scelta che ha “spostato” la vita comunitaria verso un’unità più vera: “Venivano al catechismo e non venivano a Messa: non ha nessun senso”. Da anni, racconta, hanno scelto di fare catechismo la domenica, ogni quindici giorni, al mattino: “Catechismo alle 9 e un quarto… e poi vengono tutti a Messa alle 10 e mezza”. Una scelta pensata per due obiettivi che non restano teoria: “Coinvolgere i bambini” e “coinvolgere i genitori”, riportando la vita di fede dentro un’idea di famiglia e di comunità che si incontra davvero.
Gli incontri, la convivialità e la scuola
E poi ci sono i giovani sposi, che nel suo racconto diventano quasi la prova più bella di ciò che resta nel tempo quando una relazione è stata seminata bene. Don Dino ne parla con un tono insieme affettuoso e sorpreso, come se ogni volta fosse ancora stupito che un gruppo abbia voglia di continuare, di non fermarsi al “percorso obbligato”. “Ho due gruppi di giovani sposi”, racconta. E spiega perché: “Quando ho finito il corso dei fidanzati, che abbiamo sempre fatto… alla fine molti mi hanno detto: Don, finito così? Noi vogliamo continuare”.
Qui si sente anche quanto la sua storia sia intrecciata, da sempre, con quella delle generazioni che sono passate da Alba: “Molti dei quali sono i miei ex alunni… ho insegnato per tanti anni religione all’Enologica”. Il legame, per lui, non è una parola “spirituale”: è una continuità reale di volti, di famiglie, di ragazzi diventati adulti, di adulti che tornano.
“Per me è stato un gioiello”, dice senza retorica. E quando prova a spiegare perché, non racconta un incarico, ma un’esperienza che oggi sembra quasi impossibile per continuità: “Facevamo ritiri spirituali classe per classe, sezione per sezione… non c’era una classe che non si avvalesse di questa proposta”. È un passaggio che da solo restituisce una stagione educativa in cui la scuola e la comunità sapevano parlarsi, e in cui lui ha scelto di stare proprio lì: nel punto più vivo della crescita dei ragazzi.
E anche qui arriva un dettaglio che per lui è una specie di premio quotidiano, forse il più sincero: “È difficile trascorrere un giorno senza che qualche ex alunno mi cerchi”. Non come nostalgia, ma come continuità di un legame che non si è rotto.
Racconta poi la vita semplice di questi gruppi: incontri una volta al mese, momenti di condivisione, a volte ospitati direttamente nelle case. E soprattutto torna una parola che per lui è quasi una chiave: convivialità. Non come abbellimento, ma come luogo in cui si decide la qualità di una relazione. “Si scoprono cose importanti durante la convivialità, mentre si mangia”, dice. E lo dice perché lo ha visto accadere, per anni, tra ragazzi, famiglie, gruppi, comunità.
È qui che inserisce anche una piccola scena, quotidiana e vera, che dice più di tante analisi: cercare una pizzeria, non trovare posto in Alba, spostarsi appena fuori, ritrovarsi comunque insieme. Non per “fare attività”, ma per stare: perché è nello stare che, spesso, si crea l’affettività che lui considera urgente ricostruire nei giovani.
Se gli chiedi di sintetizzare la sua 'carriera' però, don Dino non parte dalle parrocchie. Parte dai giovani. “Ho sempre lavorato con i giovani”, dice, e dentro ci mette tutto: Azione Cattolica, pastorale giovanile, pastorale vocazionale, strade percorse in lungo e in largo.
La chiusura ad anello
Oggi, se è vero che ufficialmente è “in pensione”, don Dino racconta con semplicità che la sua vita non è diventata più leggera. “Mi alzo prima di prima”, dice. E qui il mosaico si ricompone, chiudendo un cerchio che dà senso anche al presente: Canale.
Canale non è soltanto una tappa attuale. È il luogo dell’inizio. “Sono stato a Canale prima di venire in Alba, nove anni”, ricorda. “Ci sono andato che avevo 25 anni, ero giovane e appena ordinato”. E adesso, in qualche modo, è tornato alle origini: come cappellano delle suore di clausura, con una Messa al mattino presto, e una presenza che continua anche la domenica. “Viene tanta gente, proprio tante persone”, racconta. E lo dice con la gratitudine di chi sente che le relazioni, quando sono state vere, non scadono: maturano.
Se poi gli chiedi cosa vede cambiato, il suo discorso non diventa mai astratto. Va dritto su un punto preciso, quasi un monito: “Bisogna non trascurare le relazioni”. E aggiunge: “I social non creano relazioni tra i giovani… vanno al bar e non parlano fra loro”. Non è una condanna generica, ma una preoccupazione concreta: manca la relazione, manca l’affettività, manca l’amicizia. E qui torna la sua idea di pastorale come presenza: “È importante trovare del tempo per stare in mezzo ai giovani accogliendoli così come sono, senza fargli la predica”.
Anche in questo punto la sua frase più netta resta quella sull’amore dimostrato, non dichiarato: “Dobbiamo voler loro bene, ma non basta dirlo. Bisogna dimostrarlo”. E per lui, significa cambiare programmi, ascoltare, dedicare tempo. Essere una porta aperta. Una presenza che resta.
Quando prova a scegliere un ricordo, non ne sceglie uno. Dice che rifarebbe tutto. “Non mi sono mai pentito… mai pentito di essere prete a tempo pieno”, confida. E dentro c’è un senso pieno di gratitudine e di fedeltà: “Se dovessi ricominciare non esiterei neppure un secondo”.
E se, infine, deve lasciare un consiglio ai giovani che guardano al sacerdozio, lo dice senza costruire effetti: “Non avere paura di regalare la propria vita per gli altri”. “Riscoprire il valore di spendersi per il bene dei fratelli”. Perché la realizzazione, nella sua idea, non sta nel trattenersi: sta nel donarsi.








