Frutto della collaborazione tra l’Università di Torino e l’Università di Perugia, una scoperta travolgente sul Massiccio Dora-Maira nelle Alpi Occidentali piemontesi è stata pubblicata sulla prestigiosa rivista Nature: per la prima volta nella storia della ricerca scientifica, sono stati ritrovati nelle rocce che sono state trasportate a profondità tipiche del mantello terrestre fossili perfettamente conservati.
Questi fossili 300 milioni di anni fa si trovavano in superficie ed erano composti da pollini, spore e microrganismi marini del Paleozoico, finché il processo dell’Orogenesi Varisica, che ha contribuito alla formazione delle catene montuose antiche, inghiottì nella crosta terrestre le rocce che ospitavano questi fossili, spingendoli a 100 km in profondità dentro il mantello, dove hanno subito pressioni fino a 29 kbar e temperature di circa 520°C. Con il processo dell’orogenesi alpina (100-45 milioni di anni fa), queste rocce sono riemerse in superficie, dove possono essere trovate e studiate oggi.

«Siamo stati coinvolti come Università dalla Regione Piemonte e da ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) per la nuova cartografia geologica, iniziando tre anni fa i rilevamenti geologici – spiega il professor Rodolfo Carosi del Dipartimento di Scienze della Terra dell'Università di Torino, che ha guidato il team di ricerca –. Sul Massiccio Dora-Maira le rocce sono molto trasformate rispetto ai sedimenti originali di fango o sabbia, senza contare le condizioni estreme che rendono improbabile la scoperta di fossili a 100 km di profondità in condizioni tanto estreme».
«Quasi per scommessa, – continua il professor Carosi – abbiamo prelevato undici campioni dalle rocce. La collega dell’Università di Perugia Amalia Spina, specialista di Paleontologia (studio dei pollini fossili), ha intrapreso un processo lungo e complesso di separazione chimica, e i primi risultati sono stati sorprendenti: la presenza di pollini e spore fossili. Dieci campioni su undici hanno dato buoni risultati, con alcune forme perfettamente preservate».
Le rocce erano estremamente scure a causa della ricchezza di grafite e delle alte temperature a cui sono state sottoposte, e ciò ha reso necessario un trattamento chimico con acidi per schiarirli, così che fossero riconoscibili e visibili le forme rotondeggianti e caratteristiche dei fossili al microscopio ottico.

«Gli 80 campioni prelevati successivamente, provenienti da sedimenti che risalgono a 300-251 milioni di anni fa, hanno confermato i ritrovamenti precedenti – spiega Carosi –. Riportano i segni della formazione delle Alpi e dell'Orogenesi più antica, la Catena Varisica che si estendeva in modo ampio tra Corsica e Sardegna. Hanno dunque subìto un doppio ciclo di trasformazione: prima durante l'Orogenesi Varisica, poi durante quella Alpina».
Questa scoperta si inserisce nel progetto di cartografia geologica della Regione Piemonte e vede un lavoro coordinato di una squadra di ricercatori, che coinvolge i colleghi del professor Carosi, Chiara Montomoli, Amalia Spina e Salvatore Iaccarino, gli studenti di dottorato David Dana e Francesco De Cesare, e Alberto Corno, che lavora a pieno regime sulla ricerca dopo aver concluso un dottorato 3 anni fa.
«Queste carte geologiche – prosegue il professor Carosi – sono molto importanti perché da esse derivano le carte tematiche idrogeologiche e sismiche. Ci sono moltissime aree da cartografare ancora in Piemonte e molte carte sono vecchie o assenti. L'ultima carta geologica ufficiale dell'area di Pinerolo per esempio risale al 1908: una conoscenza ottima per l'epoca, ma di più di cento anni fa».
I prossimi rilevamenti saranno effettuati a Sampeyre e sul Colle della Maddalena, nell’ambito della lavorazione dei prossimi fogli di cartografia geologica, e poi su Cuneo e Colle di Tenda: una richiesta è stata inoltrata alla Regione proprio venerdì scorso 17 ottobre, rinnovando l’interesse per il territorio e per la ricerca scientifica.
«Questo ritrovamento apre la strada ad altri geologi che studiano altre catene montuose e offre uno strumento in più ai ricercatori – sottolinea Carosi –. La scoperta ha dimostrato che i fossili possono resistere a condizioni molto più estreme di quanto si pensasse finora. Questo ci dà una speranza in più di trovare tracce di vita altrove, anche su Marte, a profondità in condizioni finora impensate. Un miliardo e 900 milioni di anni fa in Siberia sono state trovate spore legate a funghi, felci e muschi che denotano forme di vita semplici e primitive sulla Terra. Ora sappiamo che potremmo trovarne di simili anche su altri pianeti».
Questa scoperta rappresenta un trionfo della ricerca scientifica italiana, ma non solo: le sue implicazioni vanno oltre la geologia locale, mettendo in discussione l’ipotesi consolidata che le condizioni di pressioni e temperatura del mantello terrestre fossero un ambiente ostile per la conservazione di qualsiasi forma di vita passata e aprendo nuovi orizzonti per la ricerca di tracce di vita anche su altri pianeti del nostro sistema solare e oltre.





