Giungiamo all’ultima delle nostre interviste con i giovani dello staff della caffetteria BIMBO КАВА & MORE di Kyiv. Dopo Anya, la giovane direttrice e Danilo, questa volta a raccontarci la sua storia dall’inizio sarà Daryna.
Daryna Hamdan ha 21 anni ed è nata proprio nella capitale: Kiev. Inizia raccontandoci che a 19 anni aveva deciso che il suo obiettivo principale era quello di costruirsi un futuro e una vita che fossero soddisfacenti per lei. Aveva paura di possibili fallimenti, di non riuscire a raggiungere i traguardi che si era posta, ma era comunque decisa. Inizia a lavorare, ma a un certo punto si rende conto che non era il lavoro giusto, l’ambiente giusto, i ritmi giusti, che quel lavoro non le dava né il tempo, né l’opportunità di realizzarsi. Nell’autunno del 2021 si presenta l’opportunità che stava aspettando, quella di entrare a far parte dello staff del “Bimbo”, un posto che amava. Inizia così con entusiasmo il suo nuovo lavoro, si ambienta benissimo con lo staff e si sente molto soddisfatta.
“Erano passati appena tre mesi – racconta - e improvvisamente mi sembrò che tutto stesse cadendo a pezzi. Avevo appena iniziato a vivere, a godermi la scelta che avevo fatto, ad avere una stabilità, che è arrivata la guerra. Non dimentico quel 24 febbraio. Venivo da molti giorni di lavoro pesanti, ero molto stanca. Ricordo che chiamai mia sorella per farle gli auguri, lei è nata il 23 febbraio, e andai subito a letto. Il giorno dopo sarei dovuta tornare al lavoro presto e non ne avevo molta voglia per la stanchezza. Tra l’altro pensai che il giorno dopo sarebbe stato il compleanno della mia coinquilina. Poi mi addormentai. Ricordo di aver sentito durante la notte dei rumori, ma pensai che fosse qualcuno che era venuto a fare gli auguri alla mia coinquilina.
Al mattino mi svegliai in modo normale e mi preparai per andare al lavoro. Mi accorsi che sul telefono avevo molti messaggi, ma non ebbi il tempo di aprirli, rischiavo di fare tardi. Chiamai un radiotaxi, ma non ce n’era nessuno libero e questo mi sorprese, era strano.
Stavo per uscire, quando bussò alla porta della mia stanza la mia coinquilina, che esordì chiedendomi dove stessi andando, le risposi che andavo al lavoro, con quell’aria tipo: ma che domande fai. Lei mi guardò seria e mi disse: al lavoro? Ma è cominciata la guerra!
Sul momento non capii cosa mi stesse dicendo, a riportarmi alla realtà fu il suono di una sirena dell’allarme antiaereo. Non potevo crederci!
A quel punto decido di aprire i messaggi nel telefono e per prima cosa la chat che abbiamo con lo staff della caffetteria. Un messaggio dice che chi vuole può andare a lavorare o decidere di rimanere a casa. Ho circa 30 minuti di strada per arrivare lì, ma decido di andare comunque al lavoro.
Per la strada vedo tanta gente correre con le valigie, mi sento ancora confusa e incredula, non riesco a capire nulla e mi chiedo: ma è la guerra? Che significa, che mi uccideranno ora o più tardi?”.
Daryna quel giorno arriva comunque al lavoro. Poi però decide con la sua famiglia di lasciare la capitale, ci racconta che non riusciva a vivere in quel senso di panico che si respirava ovunque e che la sua speranza era che tutto finisse in pochi giorni. Il resto dello staff, come ci ha raccontato già Anya, aveva deciso di vivere nello stesso appartamento, per stare insieme e darsi coraggio, e anche Daryna sarebbe voluta andare, ma scelse di stare accanto alla famiglia e soprattutto al fratellino piccolo.
“Dovevo portare assolutamente mio fratello da mia madre – continua nel racconto Daryna –. Lei in quel momento era in Polonia, mentre il piccolo era ospite da un altro mio fratello più grande. Pensai di andare, prenderlo, accompagnarlo e tornare indietro. Volevo rientrare in Ucraina per il mio compleanno, il 7 marzo, ma i miei amici mi convinsero che non aveva senso rientrare. Questo mi spinse da una parte a rimanere all’estero, ma dall’altra a pormi tante domande: cosa succederà dopo? Quale sarà il futuro? Come si starà in Ucraina? Pensavo però che forse avrei potuto trovare un altro lavoro, magari migliore e aiutare gli amici".
"Rimasi fuori dal mio Paese per circa un mese e mezzo, e ogni giorno sempre di più non riuscivo a vedere il mio futuro in Ucraina. Per contro non riuscivo a rimanere calma pur essendo in un posto sicuro, ero sempre preoccupata per i miei amici che erano rimasti a Kyiv.
Passò del tempo, seppi che la città in qualche modo stava cercando di riprendere a vivere, il clima era più calmo e quindi decisi anche io che fosse il momento di tornare".
"La strada verso casa è stata molto lunga, difficile ed estenuante, ma più mi avvicinavo e più capivo che quella era stata la scelta giusta. Quando ho attraversato il confine con l'Ucraina sono stata travolta dalle emozioni. Sono scoppiata in un pianto di felicità. All’arrivo a Kyiv, alla stazione, appena scesa dal treno, ho sentito un annuncio che chiedeva a tutti un minuto di silenzio per le persone scomparse per via della guerra. Nei venti minuti di viaggio che mi hanno diviso dalla stazione a casa, ho pianto, camminavo e piangevo, per la felicità di essere di nuovo a casa e per l’orrore di quello che stava accadendo nel mio Paese. Feci tutto piuttosto in fretta, arrivai a casa, posai le mie cose e andai di corsa al Bimbo per vedere i miei amici. Nessuno sapeva del mio ritorno".
Daryna torna all’improvviso e i suoi amici, lo staff della caffetteria, l’accoglie con abbracci e pianti di gioia, finalmente erano di nuovo insieme e lei può riprendere a lavorare.
“Finalmente mi sono sentita di nuovo viva. Avevo ripreso a lavorare, ero di nuovo con i miei amici. Forse un giorno vorrò fare una vacanza di un mese e mezzo, ma non perché sei costretto a scappare dal tuo Paese”.
Come è trascorso il tempo fino ad oggi, com’è stata la vita di Daryna e dei suoi amici in questo anno dall’inizio del conflitto, lo abbiamo letto nei racconti di Anya e Danilo, ma prima di salutarci lei ci racconta ancora di uno di quei momenti, forse il più difficile che hanno passato.
“Avevamo deciso con Anya e Danilo di passare assieme il Capodanno, ovviamente al Bimbo. Eravamo tutti sicuri che non sarebbe stata una festa, che probabilmente ci sarebbero stati dei bombardamenti. Così infatti è stato, fin dal pomeriggio. C’erano esplosioni che si sentivano lontane, altre più vicine, poi ancora lontane. Poi ci fu un’esplosione molto vicina, troppo. Non ricordo il rumore, come se la mia mente lo avesse cancellato. Ricordo che la porta della caffetteria si aprì all’improvviso, le persone che scappavano via da ogni parte. Parole e grida miste a risate isteriche.
Quando tutto sembrava più tranquillo, abbiamo deciso di uscire. Per terra c’erano solo un mare di vetri, intorno finestre e vetrine distrutte. Alla fine del turno di lavoro, abbiamo deciso di andare a vedere dove fosse stata esattamente l’esplosione. Era a circa 300 metri da noi e lì ci siamo resi conto che il Palazzo Ucraina (il palazzo Nazionale delle Arti, chiamato Ukraina, ndr) probabilmente ci aveva protetto dall'onda d'urto”.
A essere colpito era stato l’Alfavito Hotel, un quattro stelle tra i più conosciuti hotel di Kyiv, con centro congressi e Spa, già in fase di ricostruzione.
“Alla fine, siamo tornati tutti a casa – conclude Daryna - con l’idea di cambiarci e comunque trovare un modo di festeggiare il nuovo anno. All'una e mezza del mattino le esplosioni però sono ricominciate, così ci siamo rifugiati in un posto più sicuro, ci siamo seduti per terra e abbiamo continuato a chiacchierare. Credo che tutti noi, lo staff con cui lavoro, i miei amici, siamo stati molto colpiti emotivamente, ognuno a suo modo, la percezione della vita in noi è cambiata, le nostre priorità sono cambiate. Ma abbiamo la forza di sostenerci a vicenda, diventando ognuno una risorsa per l’altro. Ho capito che nulla può essere più importante di quello che hai adesso, delle persone che hai accanto a te in questo momento”.












