In soli undici mesi, il Regno Unito e l’Unione Europea hanno negoziato uno dei trattati commerciali bilaterali più ampi mai redatti. L’accordo concluso la vigilia di Natale e ratificato dal parlamento britannico il 30 dicembre consentirà l’abbattimento totale di dazi doganali per le merci in commercio tra i due mercati, anche se il Regno Unito uscirà dall’area economica europea e dall’unione doganale domani, il primo gennaio 2021. La collaborazione su sicurezza e sorveglianza e condivisione di dati sullo spostamento di persone e sul crimine continueranno, anche se in maniera più ridotta. Il Regno Unito rimarrà anche membro dello spazio areo comune che consentirà il libero transito di aerei.
All’inizio di dicembre la situazione sembrava disperata perché le posizioni dei negoziatori sembravano irrimediabilmente distanti su tre temi molto centrali. Il primo era la questione delle acque territoriali britanniche e lo sfruttamento delle risorse in esse: il pesce. La Politica Comune della Pesca (PCP) dell’UE stipula che tutti i paesi membri possano liberamente usare le acque di altri paesi membri per la pesca in base alle quote assegnategli. Questa politica non era mai piaciuta alla Gran Bretagna perché le sue acque sono tra le più vaste in Europa, ma l’entrata in vigore della PCP portò alla devastazione del settore ittico in Scozia.
Nei negoziati il Regno Unito desiderava riprendersi il controllo delle sue acque organizzando trattati sulla pesca separati da quello commerciale. Questi sarebbero stati rivisti ogni anno in base alla quantità di pesce disponibile nell’oceano: il paese avrebbe di nuovo deciso quanto pesce altri paesi possono pescare nelle sue acque, come funziona nel resto del mondo. Tuttavia, i francesi e il negoziatore capo Michel Barnier esigevano che il trattato di libero commercio fosse legato alla garanzia d’accesso alle acque inglesi per i pescherecci europei (una richiesta mai avanzata nemmeno dall’Unione Europea durante i negoziati di altri trattati commerciali con paesi terzi). Alla fine il governo inglese ha ceduto alla pressione europea ed ha ottenuto solo un aumento delle sue quote ittiche del 25% entro cinque anni e mezzo dopo l’entrata in vigore dell’accordo, forse perché per gli inglesi la pesca è solo lo 0.1% del PIL e non ne valeva la pena sacrificarci tutta l’economia.
Il secondo punto critico era il cosiddetto “level playing field”, un insieme di regole comuni su lavoro, ambiente e fisco per far sì che nessuno dei due governi possa fare concorrenza sleale abbassando gli standard e attraendo più investimento. La Commissione Europea avrebbe voluto includere “clausole di evoluzione” secondo cui il Regno Unito avrebbe dovuto adattare i propri standard a quelli europei quando l’UE decide di cambiarli; essenzialmente i britannici avrebbero dovuto ratificare nuove leggi europee senza avere voce in capitolo nella loro creazione, non essendo nel Consiglio o nel Parlamento. Se il Regno Unito si fosse rifiutato di accettare le nuove regole, la Commissione avrebbe potuto unilateralmente aggiungere dazi alle merci inglesi “in modo proporzionato” alla infrazione del trattato.
Questa pretesa era stata bollata da Boris Johnson come un “attacco alla sovranità” britannica ed “inaccettabile per qualsiasi Primo Ministro di questo paese”. Su questo tema, l’Unione Europa ha ritrattato ed ha concesso di inserire una mera “clausola di riequilibrio” che consente, dopo qualche anno, a una delle due parti di chiedere un aggiornamento del “level playing field” alla luce di cambiamenti legislativi significativi.
Il terzo tema era la risoluzione di dispute tra le due parti sull’interpretazione e l’applicazione del trattato. L’Unione Europea avrebbe preferito che l’aggiudicatore finale fosse la Corte di Giustizia Europea. Si è optato invece per la creazione di un Partnership Council composto sia da rappresentanti dell’UE che del UK, che dovrà facilitare i negoziati tra le due parti in caso di dispute ed emendare il trattato. Se questo fallisce, la parte offesa potrà presentare le accuse di infrazione ad un “pannello indipendente” e, dopo la sentenza, potrà bloccare il transito di merci o imporre dazi.
Tuttavia, durante il dibattito nella Camera dei Comuni, le opposizioni hanno fatto notare le molte debolezze di questo trattato. Mentre le merci britanniche non subiranno alcun dazio o quota, alcuni prodotti – come salsicce, carne trita, latte non pastorizzato e patate da semina – verranno completamente banditi dall’Unione Europea dal primo gennaio per proteggere standard e garantire sicurezza sanitaria, in base alle leggi dell’Organizzazione Mondiale del Commercio. Inoltre, si innalzeranno grandi barriere burocratiche tra i due mercati sotto forma di migliaia di dichiarazioni doganali e di controlli sanitari, fitosanitari, di origine e idoneità.
L’accordo non copre poi i servizi – come quelli finanziari e le consulenze – che rappresentano l’80% del PIL britannico. La City di Londra sta cercando di capire come farà ad esportare i suoi servizi senza un reciproco riconoscimento degli standard e dovrà ora conformarsi alle leggi dei singoli paesi membri. Le qualifiche di molti professionisti come architetti, ingegneri e dottori non verranno automaticamente riconosciute.
Infine, il trattato non verrà applicato all’Irlanda del Nord e ai Territori d’Oltremare britannici, il che dividerà il Regno Unito in tre parti dal punto di vista costituzionale ed economico. Sebbene rimanga de jure parte del territorio doganale britannico, l’Irlanda del Nord verrà de facto accorpata al mercato unico europeo onde evitare di ricreare un limes con la Repubblica, com’era stato durante il conflitto tra gli anni ’60 e ’90. Ciò significa che le barriere doganali verranno imposte anche tra Gran Bretagna ed Irlanda del Nord, creando di fatto un “confine lungo il Mar d’Irlanda”. Il confine con la Repubblica rimarrà aperto e senza controlli per merci e persone, ma l’Irlanda del Nord dovrà seguire le leggi europee. Per via dell’opposizione della Spagna, che desidera erodere la sovranità britannica su Gibilterra, i Territori d’Oltremare dovranno affrontare invece un no deal, nessun trattato: ci saranno dazi, restrizioni ed i cittadini avranno bisogno di visti per il transito.
Altre disposizioni del trattato sono sulle leggi europee sui sussidi di stato, che ora il Regno Unito potrà cambiare se lo desidera. Continuerà invece la partecipazione inglese in programmi scientifici come Copernicus, Euratom e Horizon Europe, ma non Erasmus. I cittadini europei che entreranno in Gran Bretagna dal primo gennaio avranno bisogno del visto per lavorare, ma per visite e vacanze lunghe meno di tre mesi avranno solo bisogno del passaporto. Nuove indicazioni geografiche (DOP, IGP, IG) di prodotti alimentari non verranno rispettate in Gran Bretagna, ma solo in Irlanda del Nord.
Nonostante queste lacune, le due camere del parlamento britannico hanno ratificato il trattato di oltre mille pagine con una maggioranza schiacciante, dopo un discorso trionfante del Primo Ministro in cui si è congratulato con il negoziatore capo britannico Lord Frost e la controparte europea, Michel Barnier e Ursula Von der Layen. In seguito alla firma della Regina, entrerà in vigore in maniera provvisoria dal primo gennaio 2021 in attesa della ratifica da parte del Parlamento Europeo, concludendo così – dopo quattro anni e mezzo dal referendum – l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea.





