Non so come sia fatto un santo, ma so cosa voglia dire santificare una vita, ho iniziato così un post che ho pubblicato su Instagram ieri. Vuol dire fare quello che ha fatto don Sandro Borsa: partire per il Kenya 49 anni fa, quando quasi non sapeva dove fosse, e scegliere di restare accanto agli ultimi. Non per una stagione, non per una fotografia o per raccogliere applausi, ma per una vita intera.
Rivederlo in questi giorni ad Alba è stato come vedere avvicinarsi per un momento quel pezzo d’Africa che porto nel cuore. Don Sandro arriva senza rumore, con la naturalezza e l’umiltà che lo hanno sempre contraddistinto. Eppure, porta con sé una storia immensa, fatta di bambini curati, famiglie salvate dalla disperazione e sogni che, un mattone dopo l’altro, sono diventati realtà.
A North Kinangop, sugli altipiani del Kenya, a 2.500 metri di altitudine e lontano dall’Africa da cartolina dei villaggi turistici, quello che era un piccolo presidio è diventato un grande ospedale. Oggi conta circa 300 letti e 500 dipendenti e serve un territorio vastissimo, dove per molti essere curati non è un diritto scontato, ma una possibilità conquistata grazie a persone come don Sandro.
In quelle stanze sono passati decine di migliaia di bambini. Alcuni sono arrivati dopo viaggi interminabili, accompagnati da genitori che avevano affidato tutto a una speranza. Don Sandro ha dato loro medici, reparti e strumenti, ma soprattutto dignità. Perché la grandezza di un ospedale non si misura soltanto nelle apparecchiature o nei posti letto: si misura nella capacità di non voltarsi dall’altra parte davanti a chi non può pagare.
North Kinangop è anche un piccolo miracolo di economia circolare. L’ospedale coltiva la terra, alleva bestiame, produce cibo, lavora il legno e il ferro, fabbrica mattoni e ghiaia. La carità, nella visione di don Sandro, non è dipendenza, ma autonomia; non è offrire un aiuto per un giorno, ma mettere una comunità nelle condizioni di camminare con le proprie gambe.
Ho scritto più volte che quest’uomo potrebbe insegnare economia ad Harvard e umanità ad Assisi. Continuo a pensarlo. Ha la concretezza di un amministratore capace di far quadrare bilanci difficilissimi e, nello stesso tempo, la delicatezza di chi conosce per nome i bambini, le suore, gli infermieri e le persone che vivono attorno all’ospedale.
La stessa attenzione accompagna l’orfanotrofio di Ol Kalou, sostenuto insieme alle suore Giuseppine, dove sono accolti circa 150 bambini disabili, quelli che qualcuno, con una parola terribile, definisce “fallati”. Bambini che altri non vogliono e che lì vengono invece cresciuti con un amore capace di riparare almeno una parte delle ingiustizie ricevute dalla vita.
Attorno al sogno di don Sandro, negli anni, si è raccolta una straordinaria comunità. Ne fa parte Bruno Frea, luminare dell’urologia e uomo dalle poche parole e dai gesti enormi. Quando molti avrebbero scelto una pensione tranquilla, Bruno ha continuato a partire per il Kenya, pagando di tasca propria il viaggio, operando bambini e adulti e formando giovani medici perché la conoscenza restasse sul posto. Ci sono persone che insegnano con le parole, altre con gli scritti; Bruno Frea insegna con gli abbracci.
È stato Bruno a portarmi per la prima volta a North Kinangop, nel momento più difficile della mia vita. Da allora quell’ospedale è diventato il mio angolo incontaminato di bellezza, il luogo in cui torno per ricordarmi che l’umanità può produrre il male più assoluto, ma anche gesti estremi di altruismo. Le grandi persone sono quelle che fanno sentire migliori coloro che hanno vicino: Bruno e don Sandro hanno fatto questo anche con me.
Alba, le Langhe e il Roero hanno imparato a conoscere e sostenere questa storia. Le nuove sale operatorie, le attrezzature e tanti progetti sono cresciuti anche grazie alla generosità del nostro territorio, all’Asta Mondiale del Tartufo Bianco d’Alba, a Barolo en primeur, ai volontari e a tutte le persone che hanno riempito valigie di vestiti, quaderni, colori, pastelli, biscotti e torroncini.
Ora don Sandro ha un altro sogno: costruire uno dei primi centri dedicati alla salute mentale in Africa. È una nuova sfida enorme, in un continente dove il disagio psichico è spesso invisibile, stigmatizzato o abbandonato alle famiglie. Ma chi conosce don Sandro sa che i suoi sogni non rimangono a lungo soltanto sogni. Diventano progetti, cantieri e infine porte che si aprono.
Il 30 ottobre partirò di nuovo e resterò in Kenya fino al 9 novembre. Dico “nel mio Kenya” senza alcuna pretesa di possesso, ma con l’affetto che si prova per un luogo capace di cambiarti. Tornerò a North Kinangop per raccontare ancora la missione di don Sandro e per portare fino all’Asta del Tartufo la voce di chi vive sugli altipiani africani.
Le mie valigie sono già quasi piene: vestiti per i bambini e torroncini della famiglia Sebaste occupano due valigie e mezza. Ne resta mezza da completare. Se avete pastelli, pennarelli o colori da regalare ai bambini, li porterò con me. Può sembrare poco, ma chi ha visto quegli occhi accendersi davanti a un quaderno nuovo sa che poco non è.
Non so come sia fatto un santo. So però che santificare una vita significa spenderla per gli altri, trasformare un piccolo presidio in un ospedale, offrire cure a chi non le avrebbe, accogliere i bambini che nessuno vuole e continuare a sognare quando chiunque altro si fermerebbe.
Don Sandro Borsa ha fatto tutto questo senza mai sentirsi straordinario. Ed è forse proprio questa la prova più grande della sua straordinarietà.