io_viaggio_leggero - 26 settembre 2026, 07:00

Ometepe, l'isola del Nicaragua che non somiglia alle aspettative

In questa rubrica troverete interviste a viaggiatori e reportage vissuti in prima persona. Luoghi da scoprire, avventure emozionanti e storie di vita. Se hai un’esperienza da raccontare… scrivi a: ioviaggioleggero@gmail.com

Prima di arrivare a Ometepe, l’isola esiste già nella nostra testa. Ha la forma vista sulle mappe: due vulcani uniti da un lembo di terra, in mezzo a un lago. Ci aspettiamo la fotografia perfetta, magari scattata dal traghetto, con entrambe le cime libere dalle nuvole e il cielo azzurro.

Poi il battello lascia la riva e la natura del luogo comincia a smentirci. L’acqua si muove come quella del mare, il vento disturba l’inquadratura, una cima appare e l’altra scompare. Ometepe si presenta così: sottraendosi all’immagine che avevamo preparato per lei. Il Cocibolca, come viene chiamato anche il lago, è il più grande dell’America Centrale. Ci troviamo in Nicaragua un paese ancora fuori dalle rotte turistiche, per fortuna aggiungo io. La costa si allontana, i due vulcani crescono lentamente, e per un po’ non si è più da nessuna parte: si è solo in viaggio verso un luogo che fino a pochi minuti prima pareva facile, quasi da toccare. Il Concepción è quello che ci aspettavamo. Un cono netto, quasi ostinato nella sua simmetria. Lo si ritrova dietro le case, oltre i campi, alla fine di una strada. Il Maderas, coperto di vegetazione, gioca un’altra partita: trattiene il cielo e spesso lascia intravedere soltanto un fianco. Visti insieme sembrano un simbolo; da terra diventano due presenze diverse, con le quali chi abita qui convive da sempre.

Le salite richiedono preparazione, tempo e attenzione alle condizioni del percorso. Ma, mentre si decide dove andare, l’isola comincia a proporre deviazioni. Una strada costeggia un campo, poi gira e quasi scompare. Un tratto d’ombra invita a fermarsi. Ci si accorge di aver percorso pochi chilometri e di avere già cambiato idea sulla giornata. A Charco Verde il sentiero passa accanto alla laguna. Si arriva magari cercando un punto panoramico da cui fotografare, ma il paesaggio reclama attenzione anche da più vicino: la vegetazione e ciò che si muove tra gli alberi. Sulle spiagge, invece, il lago torna a ingannare i sensi: ha onde, rumore, orizzonte. E bisogna ricordarsi che l’acqua è dolce. Sarebbe facile raccontare tutto questo come una fuga dal tempo. Ma sulle strade, qui, il tempo non è affatto fermo: c’è chi va al lavoro, chi trasporta qualcosa, chi aspetta un passaggio. Il traghetto che per un visitatore segna l’inizio dell’avventura, per qualcun altro è semplicemente un mezzo per tornare a casa. È una differenza che vale la pena tenere presente. L’isola diventa più interessante, quando smettiamo di chiederle di rappresentare la nostra idea di paradiso.

Questa è forse la sorpresa più interessante di Ometepe. La montagna attira lo sguardo verso l’alto, ma molto di ciò che vale la pena vedere accade alla base. Ci troviamo in una riserva della biosfera riconosciuta dall’UNESCO, e qui la parola “riserva” non indica uno scenario vuoto in attesa dei viaggiatori. Indica un territorio vivo, coltivato, attraversato: la natura e la vita quotidiana stanno nello stessa inquadratura. Anche le pietre chiedono di essere guardate da vicino. Su alcune si trovano antichi glifi, segni lasciati da chi viveva sull’isola molto prima che diventasse una destinazione. Quello che per noi è un viaggio di pochi giorni, per altri è stato un luogo da conoscere stagione dopo stagione, abbastanza a lungo da lasciare un segno nella roccia. Verso sera, la luce cambia il profilo dei vulcani che tendono a scomparire. È una piccola delusione, se avevamo in mente una certa fotografia. Ma è anche il momento in cui Ometepe smette di somigliare a una promessa e diventa un posto reale, libero di mostrarsi solo in parte. Sul traghetto del ritorno i dettagli svaniscono. Non si distinguono più la strada percorsa, la laguna, le case. Restano due forme scure sull’acqua, quasi identiche a quelle della mappa da cui tutto era cominciato.

Le aspettative servono soprattutto a questo: spesso ci fanno partire. Ma il viaggio comincia davvero quando accettiamo che il luogo possa rispondere a modo suo. E così quello che viviamo è solo quello che eravamo destinati a vivere.

Marco Di Masci