Al Direttore - 18 agosto 2026, 10:00

"Gli agricoltori non sono inutili, garantiscono cibo e presidiano il territorio"

Il presidente della Commissione Agricoltura del Consiglio regionale, Claudio Sacchetto, interviene dopo le dichiarazioni del giornalista Stefano Feltri: "Discutiamo degli impatti ambientali, ma partendo dai dati e riconoscendo il valore economico, sociale e territoriale del settore"

Riceviamo e pubblichiamo:

"Egregio Direttore,

le parole pronunciate nei giorni scorsi da Stefano Feltri sul mondo agricolo, secondo cui gli agricoltori "non servono a niente" e l'agricoltura sarebbe semplicemente uno dei settori più inquinanti, meritano una risposta. Non per alimentare una polemica, ma perché quando si parla di agricoltura si parla di una componente fondamentale della nostra Nazione e della nostra società.

L'agricoltura serve. Serve eccome. Serve innanzitutto a produrre cibo. E credo che in un mondo attraversato da crisi geopolitiche, guerre commerciali, difficoltà nelle catene di approvvigionamento e crescente instabilità internazionale, considerare la capacità di produrre alimenti come qualcosa di marginale sia un errore difficilmente comprensibile.

L'indipendenza e la sicurezza alimentare non sono concetti astratti. Significano avere nel proprio territorio uomini, imprese, terreni, competenze e infrastrutture capaci di garantire una parte significativa del fabbisogno alimentare della popolazione.

Ma l'agricoltura produce anche qualcosa che spesso non compare nei bilanci economici: territorio.

Chi coltiva mantiene i terreni, evita che vengano abbandonati, conserva il paesaggio rurale e contribuisce alla manutenzione di un equilibrio territoriale che interessa tutti, non soltanto gli agricoltori.

Pensiamo, ad esempio, alla funzione svolta dai consorzi irrigui, che gestiscono una rete capillare di canali e infrastrutture idrauliche. Non si tratta soltanto di portare acqua alle coltivazioni: queste strutture svolgono funzioni essenziali di gestione e regolazione delle acque, anche di deflusso corretto di quelle piovane.

E c'è un altro aspetto che dovrebbe essere ricordato quando si parla di consumo di suolo e di rischio idrogeologico: un terreno agricolo non impermeabilizzato è una superficie che può assorbire acqua.

Un campo coltivato non è un parcheggio, non è un capannone, non è una strada asfaltata. Quando continuiamo a trasformare suolo permeabile in superfici artificiali, aumentiamo la velocità con cui l'acqua raggiunge le reti di drenaggio e i corsi d'acqua. Difendere il territorio agricolo significa quindi anche conservare una parte della sua capacità naturale di trattenere e infiltrare l'acqua.

Questo non significa naturalmente sostenere che l'agricoltura non abbia impatti ambientali. Li ha, e proprio il mondo agricolo è il primo interessato a ridurli, attraverso innovazione, agricoltura di precisione, riduzione degli input, gestione più efficiente dell'acqua, energie rinnovabili, tecniche conservative e miglioramento della gestione degli allevamenti.

Ma una cosa è affrontare questi problemi con serietà; un'altra è descrivere l'agricoltura italiana attraverso slogan.

I dati ISPRA raccontano una realtà molto diversa da quella descritta in quella trasmissione. Nel 2024 l'agricoltura ha rappresentato il 7,7% delle emissioni nazionali di gas serra e le sue emissioni sono diminuite del 22,3% rispetto al 1990.

Sono numeri che non consentono di dire che l'agricoltura non abbia alcun impatto ambientale, ma che certamente non autorizzano a trasformare gli agricoltori nel capro espiatorio delle politiche ambientali.

Anche il peso economico racconta un'altra storia.

Secondo il CREA, nel 2024 l'intero sistema agroalimentare italiano ha raggiunto un valore di circa 700 miliardi di euro, pari al 15% dell'economia nazionale, mentre l'export agroalimentare ha superato i 68,5 miliardi di euro, dietro questi numeri ci sono imprese, lavoratori, famiglie, trasformatori, commercianti, trasportatori e migliaia di comunità che vivono anche grazie alla presenza dell'agricoltura.

Nel solo settore dell'agricoltura, silvicoltura e pesca, nel 2024 gli occupati erano circa 820 mila.

Ma c'è una ragione ulteriore per cui ritengo sbagliato liquidare il mondo agricolo con sufficienza: quando un agricoltore abbandona definitivamente la propria attività, non scompare soltanto un'impresa. In molte aree scompare un presidio territoriale.

È particolarmente evidente nelle aree montane e collinari del Piemonte, dove la presenza degli agricoltori contribuisce a mantenere prati, pascoli, terrazzamenti, coltivazioni e una rete di infrastrutture rurali che altrimenti rischierebbero di essere abbandonati.

Possiamo discutere di emissioni, di sostenibilità, di utilizzo dell'acqua, di fertilizzanti, di allevamenti e di innovazione. Dobbiamo farlo. Ma dobbiamo farlo partendo dai dati e riconoscendo contemporaneamente il valore economico, alimentare, ambientale e sociale dell'agricoltura.

La realtà, dunque, è che mentre qualcuno dai salotti televisivi sostiene che gli agricoltori "non servono a niente", ogni giorno milioni di italiani continuano a mangiare grazie al lavoro di quelle donne e di quegli uomini che qualcuno considera ormai inutili".

Claudio Sacchetto, Consigliere Regionale Fratelli d'Italia, Presidente Commissione Agricoltura