Farinél - 16 agosto 2026, 15:35

FARINÉL / No, il razzismo non è un’opinione, è un reato

Dalla frase “non esistono neri italiani” ai dati su lavoro, tasse e società: l’Italia reale smentisce il razzismo e chiede diritti, rispetto e responsabilità

Immagine di repertorio

Ci sono conversazioni che nascono per caso, magari da un commento lasciato sotto un post, e che in pochi minuti diventano una radiografia impietosa del Paese in cui viviamo. A me è successo così: un tizio, con la sicurezza granitica di chi confonde il pregiudizio con il pensiero, sosteneva che non possano esistere neri italiani. 

Non “italiani neri”, non cittadini italiani con la pelle scura, non ragazzi nati qui, cresciuti qui, che parlano i nostri dialetti, tifano le nostre squadre, studiano nelle nostre scuole e pagano le nostre tasse. No: per lui, semplicemente, non esistono.

E quando gli fai notare che questa frase non è soltanto ignorante, ma razzista, arriva puntuale la difesa d’ufficio: “Devi rispettare la mia opinione”. 

Ecco, no. Qui sta il punto. Un’opinione è dire che una pizza è più buona con l’acciuga o senza, che una squadra gioca meglio con il 4-3-3 o con il 3-5-2, che un film è un capolavoro o una noia mortale. Negare l’esistenza, la dignità e l’italianità di una persona a causa del colore della pelle non è un’opinione: è razzismo. E il razzismo non merita rispetto. Merita risposta, cultura, legge e, quando serve, sanzione.

La cosa più inquietante non è nemmeno il singolo commento. Il singolo commentatore, alla fine, potrebbe essere liquidato come uno dei tanti leoni da tastiera che trovano coraggio solo dietro un profilo social. Il problema è il clima. 

Perché negli ultimi anni si è allargata una zona grigia in cui l’insulto viene spacciato per libertà, la discriminazione per schiettezza, l’odio per “parlare chiaro”. 

Siamo arrivati alla follia per cui, se non sei razzista, allora vieni bollato come comunista. 

Non come una persona civile, non come uno che ha letto due righe di Costituzione, non come qualcuno dotato di buon senso: comunista. Come se riconoscere che un italiano può avere la pelle nera fosse una posizione ideologica estrema e non la semplice constatazione della realtà.

La realtà, invece, cammina ogni giorno davanti ai nostri occhi. 

È nelle classi dove bambini con cognomi diversi imparano la stessa grammatica. È negli ospedali dove medici, infermieri, OSS e pazienti hanno storie familiari differenti ma condividono lo stesso bisogno di cura. È nei campi, nei cantieri, nei ristoranti, nelle fabbriche, sui mezzi pubblici all’alba. 

È nelle seconde generazioni che non chiedono di essere “tollerate”, ma riconosciute per ciò che sono: parte dell’Italia.

Non è soltanto una questione morale, anche se basterebbe quella. È anche una questione economica, sociale, demografica. 

Secondo il Rapporto 2024 sull’economia dell’immigrazione della Fondazione Leone Moressa, i lavoratori immigrati in Italia producono 164,2 miliardi di euro di valore aggiunto, pari all’8,8% del PIL nazionale, con punte superiori al 15% in agricoltura e costruzioni. Gli occupati stranieri sono 2,4 milioni, il 10,1% del totale. E le imprese italiane, tra il 2024 e il 2028, avranno bisogno di circa 640 mila nuovi occupati immigrati, oltre un quinto del fabbisogno previsto nel settore privato.

Anche sul piano fiscale i numeri raccontano una storia molto diversa dalla propaganda. 

Dati richiamati dal Dossier Statistico Immigrazione 2025 indicano che, nel 2023, lo Stato italiano ha speso 34,5 miliardi di euro in servizi e prestazioni sociali per i cittadini stranieri, mentre questi hanno versato 39,1 miliardi in tasse e contributi: un saldo positivo di 4,6 miliardi per le casse pubbliche. 

Tradotto: quelli che qualcuno continua a descrivere come un peso contribuiscono, lavorano, pagano, tengono in piedi interi pezzi del Paese.

Ma i dati, da soli, non bastano a guarire una malattia culturale. 

Perché l’intolleranza cresce quando viene normalizzata. Cresce quando il linguaggio pubblico diventa più aggressivo, quando la politica strizza l’occhio alla paura, quando il capro espiatorio è più comodo della soluzione. 

La Commissione europea contro il razzismo e l’intolleranza, nel rapporto pubblicato nel 2024 sull’Italia, ha segnalato un discorso pubblico sempre più xenofobo e toni politici fortemente divisivi verso migranti, rifugiati, richiedenti asilo e cittadini italiani con origine migratoria. Non è una sensazione da social: è un problema riconosciuto anche a livello europeo.

Per questo bisogna smettere di accettare il ricatto del “è solo la mia opinione”. 

Le opinioni si discutono. I pregiudizi si smontano. Le discriminazioni si combattono. E il razzismo, quando colpisce persone reali, quando esclude, umilia, minaccia o istiga odio, non è una sfumatura del dibattito: è una ferita alla convivenza civile e, in molti casi, un comportamento che l’ordinamento deve perseguire.

La speranza, allora, è nelle nuove generazioni. Non perché siano automaticamente migliori, ma perché hanno spesso davanti una società più reale di quella immaginata dagli adulti incattiviti: compagni di banco con origini diverse, amicizie miste, identità plurali, famiglie che attraversano lingue, culture e confini. Forse saranno loro a trovare ridicolo ciò che oggi qualcuno pretende di chiamare opinione. 

Forse saranno loro a capire che l’Italia non si difende restringendola, ma rendendola più giusta. Che essere italiani non è una questione di carnagione, ma di vita condivisa, diritti, doveri, partecipazione.

E allora diciamolo senza paura, senza timidezza e senza farci intimidire da chi confonde la libertà con la licenza di discriminare: no, il razzismo non è un’opinione. 

È ignoranza quando nasce dalla paura, è propaganda quando viene usato per raccogliere consenso, è violenza quando diventa insulto, esclusione o minaccia. 

E soprattutto è un reato quando supera il confine tracciato dalla legge.

Marcello Pasquero