Cronaca - 26 luglio 2026, 06:25

Il caso del gioielliere, i precedenti del rapinatore e il rischio del senno di poi

Ci sono processi che, a un certo punto, smettono di riguardare soltanto gli imputati e finiscono per raccontare qualcosa di molto più grande. Quello a Mario Roggero è uno di questi

Un momento della rapina alla gioielleria di Mario Roggero

Da oltre quattro anni il caso Mario Roggero continua ad alimentare il dibattito pubblico italiano. Prima la legittima difesa, poi il rapporto tra giustizia e sicurezza. Oggi questa vicenda offre soprattutto lo spunto per riflettere su una contraddizione che attraversa da tempo il nostro modo di guardare alla giustizia.

Da un lato si invocano decisioni più severe, si chiede che chi rappresenta un pericolo venga fermato prima che possa colpire ancora, si accusa la magistratura di essere troppo indulgente. Dall’altro, ogni volta che una misura cautelare viene applicata o una decisione limita la libertà personale di un indagato, riaffiora il timore di un uso eccessivo della coercizione e si invocano maggiori garanzie.

Sono due esigenze entrambe legittime, ma che faticano a convivere. Tenerle insieme è il compito più difficile che il diritto processuale penale è chiamato ad assolvere. Le decisioni dei giudici, in questa vicenda, sono state spesso lette non per le ragioni - giuridiche - che le sorreggevano, ma come la conferma delle convinzioni che ciascuno aveva maturato fin dall’inizio. Ed è proprio questo il rischio più grande che corre la giustizia quando viene raccontata fuori dalle aule di tribunale.

Fu proprio nel 2023 che il Guardasigilli presentò il disegno di legge destinato a diventare la cosiddetta riforma Nordio. Tra i suoi punti qualificanti figuravano il rafforzamento delle garanzie nella fase cautelare, l’introduzione dell’interrogatorio preventivo dell’indagato prima dell’applicazione della custodia cautelare in carcere – salvo i casi di particolare urgenza – e la previsione della decisione collegiale per le misure custodiali più afflittive. L’obiettivo dichiarato era riaffermare il carattere eccezionale della custodia cautelare, da considerare un’extrema ratio e non un’anticipazione della pena.

È proprio in questa prospettiva che il caso Roggero offre uno spunto di riflessione. Le recenti ricostruzioni sulla posizione di Andrea Spinelli inducono inevitabilmente a interrogarsi sul ruolo delle misure cautelari e sui limiti entro i quali il giudice può comprimere la libertà personale.

Negli ultimi giorni il nome di Andrea Spinelli, uno dei due rapinatori uccisi a Grinzane Cavour, è tornato al centro dell’attenzione. Alcune ricostruzioni operate da Il Foglio hanno ricordato il suo presunto coinvolgimento in una vicenda estorsiva precedente alla rapina, rilanciando una domanda destinata inevitabilmente a dividere: se nei suoi confronti fosse stata applicata una misura cautelare, quella tragedia si sarebbe potuta evitare? Se Spinelli fosse stato “dentro”, sarebbe andato a rapinare la gioielleria Roggero?

È una domanda che colpisce l’opinione pubblica. Ma è anche una domanda alla quale il diritto non può rispondere sulla base di ciò che oggi si sa.

Le misure cautelari non sono uno strumento per punire anticipatamente né un mezzo di prevenzione generalizzata. Possono essere applicate soltanto in presenza dei rigorosi presupposti previsti dal Codice di procedura penale: gravi indizi di colpevolezza e almeno una delle esigenze cautelari, vale a dire il pericolo di fuga, il concreto e attuale rischio di reiterazione del reato oppure quello di inquinamento probatorio. Valutazioni che il giudice è chiamato a compiere sulla base degli elementi disponibili in quel momento, non degli eventi che si sarebbero verificati successivamente.

Ed è forse qui che si annida il rischio più insidioso. Se ogni tragedia viene letta come la prova che una misura cautelare avrebbe dovuto essere applicata, si finisce per attribuire a questo istituto una funzione che il legislatore non gli ha mai riconosciuto. La custodia cautelare rischia così di trasformarsi, non più in uno strumento eccezionale fondato su rigorosi presupposti di legge, ma in una risposta “difensiva” rispetto al timore che un indagato possa commettere, in futuro, un altro reato e che, all’indomani, qualcuno domandi: “Perché non era stato arrestato prima?”.

È proprio questa la logica che il diritto processuale penale è chiamato a evitare. Le decisioni cautelari devono essere assunte esclusivamente sulla base degli elementi concreti e delle condizioni previste dalla legge nel momento in cui il giudice è chiamato a decidere.

Forse, però, il caso Roggero non dimostra né che si arresta troppo, né che si arresta troppo poco. Dimostra quanto sia difficile trovare un equilibrio tra la tutela della collettività e quella della libertà personale. E dimostra quanto sia pericoloso costruire le regole della giustizia partendo da un singolo caso, per quanto drammatico esso sia.

C’è poi un altro aspetto che colpisce.

Questo processo è stato caratterizzato, fin dall’inizio, da un livello di esposizione mediatica e di polarizzazione raramente riscontrabile nelle aule giudiziarie. Ogni provvedimento è stato trasformato in uno spartiacque tra innocentisti e colpevolisti, tra sostenitori della legittima difesa senza limiti e difensori del monopolio statale della forza. In una vicenda così complessa, le sfumature sono progressivamente scomparse, lasciando spazio alle contrapposizioni.

Ed è proprio qui che si consuma una sorta di contrappasso, nel significato più letterario del termine.

Per anni Mario Roggero ha rappresentato, nel dibattito pubblico, l’immagine di chi rivendicava il diritto di farsi giustizia da sé, di reagire senza esitazioni, di non accettare che fossero altri a decidere del proprio destino. Oggi, invece, il suo percorso è scandito esclusivamente dai tempi, dalle regole e dalle decisioni della giustizia istituzionale. Ogni istanza, ogni autorizzazione, ogni eventuale beneficio dipendono da quel sistema che, negli anni, è stato al centro delle critiche più aspre.Non è una condanna morale. È una delle tante ironie che il diritto, talvolta, restituisce. 

Forse è anche per questo che, alla fine, il caso Roggero non ha prodotto né vincitori né vinti. Non hanno vinto coloro che lo hanno trasformato nell’emblema della legittima difesa assoluta. Non hanno vinto nemmeno quanti hanno letto questa vicenda soltanto come l’esempio di una violenza privata da reprimere senza esitazioni. E non vince neppure la politica quando utilizza i processi come terreno di scontro per dimostrare la bontà o l’inadeguatezza delle proprie riforme.

Ciò che resta è una storia umana e giudiziaria destinata ancora a far discutere. Ma soprattutto resta una lezione per chi racconta la giustizia. Ogni processo può alimentare il dibattito pubblico. Nessun processo, però, dovrebbe essere trasformato nella prova definitiva che una riforma fosse giusta o sbagliata, che una stagione politica fosse migliore di un’altra o che il diritto avrebbe dovuto prevedere il futuro. Perché quando il senno di poi prende il posto delle regole, non è soltanto un imputato, un condannato, un assolto o una vittima a perdere. È la credibilità stessa della giustizia. Ed è quella, forse, la sconfitta più grande.

CharB.