Sanità - 25 luglio 2026, 10:31

Sanità pubblica nel Cuneese, esami non sempre prenotabili in reparto: l'odissea dei pazienti cronici tra Cup e viaggi fuori provincia

Al presidio dei sindacati, la voce di Francesca Parracone racconta le criticità e assurdità della sanità locale: "Medici eccellenti ma travolti dal sottorganico. Se si tarda nelle risonanze, il danno diventa permanente"

Immagine di repertorio

Di fronte alla diagnosi di una malattia cronica e degenerativa come la sclerosi multipla, la tempestività non rappresenta un vezzo o un dettaglio organizzativo, ma una componente imprescindibile della cura. Quando la malattia si ripresenta con una ricaduta, agire senza ritardi fa la differenza tra il recupero e un danno neurologico irrecuperabile. È su questo labile confine che si consuma la quotidiana battaglia di Francesca Parracone, quarantenne residente a Valdieri, in provincia di Cuneo.

La sua testimonianza, raccolta a margine del presidio promosso da Fp Cgil, Spi Cgil Cuneo e dal Comitato "Vivere la Costituzione" per denunciare lo stato della sanità pubblica locale e regionale, traccia un quadro vivido delle ombre che gravano sui servizi sanitari dell'ASL Cuneo 1 e della rete ospedaliera del territorio.

Nelle sue parole non c'è una bocciatura sui medici, anzi: l'eccellenza clinica dell'ospedale del capoluogo viene riconosciuta senza esitazioni. "L'ospedale di Cuneo è eccellente sotto molti punti di vista. Io parlo per l'ambulatorio di Neurologia dell'ospedale. Ovviamente sono sottorganico, il personale è quello che è. Ovviamente fanno tantissima fatica a stare dietro (a tutto ndr) Purtroppo è brutto da dire, è un reparto e un ambulatorio con molta affluenza", sottolinea la donna.

La vera nota dolente scatta al momento della prenotazione degli esami strumentali di controllo e di approfondimento diagnostico. Nonostante la gravità della patologia, la presa in carico non si traduce nella fissazione automatica delle visite di monitoraggio in sede. "Purtroppo mi è successo, e continua a succedermi, questo fatto che gli esami diagnostici non vengono prenotati. Quindi fanno la ricetta, ma rimandano il paziente alla telefonata classica al Cup, e il Cup dirotta in varie zone", spiega.

Da lì comincia la spola sul territorio. "Mi è successo di dover andare soprattutto a Torino, in centri di fatto privati, fortunatamente utilizzando il Servizio Sanitario Nazionale, quindi centri convenzionati, però comunque con una grandissima difficoltà di raggiungere queste strutture. Difficoltà fisiche, difficoltà tempistiche, perché quando purtroppo un malato di sclerosi multipla ha delle ricadute, le tempistiche sono fondamentali. Se non si agisce nel minor tempo possibile, il danno rimane permanente. Quindi non c'è proprio collegamento tra la tempistica necessaria e, di fatto, la possibilità di prenotare direttamente dall'ambulatorio", denuncia con fermezza.

Alle richieste di chiarimento sulle motivazioni per cui non sia possibile eseguire gli accertamenti a Cuneo, la risposta è lapidaria. "Ci dicono che non è possibile, che dobbiamo farlo noi e non è possibile", riferisce Francesca.

Negli ultimi mesi si registra tuttavia un timido segnale di controtendenza. "Poi, per carità, la questione è un po' migliorata. Per esempio, io la prossima risonanza magnetica la farò a Cuneo. È stata la prima dopo tre anni che faccio a Cuneo, quindi presumo la situazione stia un po' migliorando, però comunque, di fatto, io per tre anni ho fatto risonanze magnetiche periodiche al di fuori addirittura della provincia di Cuneo", conclude.

La vicenda di Francesca solleva quindi interrogativi profondi che vanno ben oltre il singolo caso cronico e mettono a nudo le falle strutturali della sanità pubblica contemporanea. In un sistema in cui il diritto alla salute dovrebbe essere garantito con uniformità e tempestività, costringere un paziente fragile a districarsi tra centralini intasati, viaggi fuori provincia e incertezze burocratiche significa scaricare sulle persone più vulnerabili il peso di disfunzioni organizzative non più tollerabili. Se la medicina d'eccellenza resta confinata nelle sole capacità individuali dei medici e non viene supportata da una rete d'accesso fluida ed efficiente, il rischio concreto è che la prevenzione diventi un privilegio e la cura una corsa a ostacoli. Garantire una vera presa in carico diretta ed evitare le odissee dei viaggi della speranza non è una concessione, ma il dovere primario di una comunità che vuole dirsi civile e di un Servizio Sanitario Nazionale che intenda rimanere fedele ai principi della sua Costituzione.

Angela Panzera