Tra le colline patrimonio Unesco delle Langhe e del Roero, dove il turismo internazionale celebra vini d'eccellenza, si muove una forza lavoro silenziosa e invisibile. L'ultima relazione del Gruppo di lavoro sullo sfruttamento in agricoltura del Consiglio Regionale del Piemonte, svela una realtà complessa: nelle terre del Barolo e del Barbaresco, il caporalato ha abbandonato le vecchie forme visibili per trasformarsi in un fenomeno molecolare, nascosto dietro la regolarità formale di appalti e contratti grigi.
La viticoltura di qualità richiede una cura manuale meticolosa, tanto che per gestire un ettaro di vigna servono più di 800 ore di lavoro all'anno. Trovare personale a livello locale, tuttavia, è quasi impossibile in una provincia, come quella di Cuneo, che registra un tasso di disoccupazione fermo al 2,8%. Di conseguenza, la manutenzione dei filari e la vendemmia dipendono interamente dai lavoratori stranieri, stimati tra i 5mila e i 6mila nel solo comparto vitivinicolo dell'Albese. In questo scenario, molte aziende agricole scelgono di esternalizzare la gestione della manodopera affidandosi a intermediari, come le cosiddette "cooperative senza terra" o ditte individuali d'appalto. Come evidenziato dalle audizioni dei sindacati davanti alla commissione regionale, queste formule "sono più remunerative per le aziende ma svantaggiano i lavoratori". Sotto lo schermo di contratti d'appalto apparentemente regolari si nascondono infatti sottoinquadramenti, turni reali molto più lunghi di quelli dichiarati e trattenute in busta paga per le spese di trasporto o per gli strumenti di lavoro.
La dipendenza dai documenti di soggiorno rende i braccianti stranieri particolarmente vulnerabili al ricatto psicologico. Durante le audizioni con l'associazione "Libera" è emerso un episodio emblematico in cui un lavoratore ha dovuto restituire in contanti 360,58 euro al datore di lavoro solo per ottenere il modello Cud, indispensabile per rinnovare il permesso di soggiorno. Il verbale della commissione evidenzia come "nel denunciare questo episodio il lavoratore avesse comunque molta paura di agire in modo non trasparente". La minaccia, anche solo velata, di perdere la regolarità sul territorio nazionale azzera sul nascere la possibilità di denunciare le irregolarità salariali o contrattuali.
Se il lavoro è precario, trovare casa nelle Langhe è quasi impossibile per un bracciante. Il successo del turismo enogastronomico ha saturato il mercato immobiliare, orientando i proprietari verso le locazioni brevi, decisamente più remunerative. La relazione del Consiglio Regionale lo mette chiaramente in luce spiegando che "in alcune aree, come l'Albese, è difficile trovare unità abitative per i lavoratori" in quanto "la componente turistica influisce negativamente sulla disponibilità di alloggi". Questa dinamica emargina i braccianti, costringendoli a vivere in condizioni di grave precarietà abitativa — in casolari abbandonati o appartamenti sovraffollati — anche quando avrebbero le risorse economiche per pagare un affitto regolare.
Per arginare lo sfruttamento invisibile, la relazione regionale propone misure drastiche che colpiscono gli interessi economici delle filiere vitivinicole. Una delle soluzioni individuate è l'istituzione di un marchio di trasparenza per le aziende, basato su "un sistema pubblico di qualificazione etica della filiera, fondato su controlli indipendenti, periodici e non su autodichiarazioni", escludendo le semplici autocertificazioni cartacee. L'altra proposta di forte impatto prevede l'introduzione di "meccanismi che consentano di intervenire sulla revoca delle denominazioni nel caso di casi accertati di violazione dei diritti di lavoratori e lavoratrici", modificando i disciplinari Doc e Docg per sospendere o revocare le prestigiose denominazioni d'origine, come Barolo o Barbaresco, a chi ricorre a manodopera sfruttata. In un mercato globale dove la reputazione conta sempre di più, l'etica del lavoro diventa così indispensabile per preservare il valore stesso del patrimonio vitivinicolo piemontese.