Continua, serrato, il dibattito in merito alle vicende della Fondazione Cassa di Risparmio di Cuneo. Un confronto che dai livelli istituzionali si estende ad altri ambiti, mentre ancora tardano ad arrivare risposte che l’opinione pubblica attende.
C’è un personaggio che si definisce “cittadino qualunque”, cui il tema sta particolarmente a cuore.
Si tratta di Giorgio Chiesa, cuneese, che, attraverso alcuni suoi post sui social, propone considerazioni in merito, precisando che si tratta di riflessioni personali, che nulla hanno a che vedere con il suo ruolo di presidente provinciale degli albergatori.
Scrive Chiesa: “Dopo aver letto l’intervista a Carlo Bo, ex sindaco di Alba, da semplice cittadino, prima ancora che da persona che nel tempo ha avuto occasione di osservare alcune dinamiche della vita pubblica del territorio, continuo a ritenere che il vero tema non sia soltanto il merito delle singole operazioni - anche se molto dipende dal peso e dagli scopi di queste - e sulle quali è certamente legittimo nutrire valutazioni e sensibilità differenti, quanto piuttosto il metodo con cui determinate decisioni vengono assunte, condivise e successivamente comunicate. Quando una Fondazione bancaria che rappresenta uno dei principali punti di riferimento del territorio decide di partecipare con il 5% del capitale, pari a 1,5 milioni di euro, alla nuova società editrice de La Stampa, credo – afferma - sia naturale e pienamente legittimo chiedere il massimo livello di trasparenza possibile sui percorsi decisionali che hanno condotto a tale scelta e sulle motivazioni che l'hanno sostenuta.
Per questo motivo continuo a domandarmi – e lo sottolineo - se vi siano atti, verbali o ulteriori elementi informativi che possano contribuire a una più ampia comprensione pubblica della vicenda. Non per spirito polemico, ma perché decisioni di tale rilevanza economica e simbolica meritano, a mio avviso, la più ampia conoscibilità possibile da parte della comunità”.
Chiesa intende sgombrare il campo da possibili equivoci.
“Non è una questione personale e non dovrebbe esserlo per nessuno. È, semmai, una questione di rispetto istituzionale. Le Fondazioni, e la Fondazione CRC nello specifico , non dovrebbero rappresentare un'eccezione, non appartengono ai loro presidenti, ai loro consigli di amministrazione o ai gruppi che ne sostengono la governance. Appartengono moralmente al territorio, alle comunità e alle finalità per le quali sono nate.
Proprio per questo – osserva - negli ultimi tempi, ritengo si sia diffusa in una parte dell'opinione pubblica (che sembra osservare sommessamente), la percezione che alcune scelte siano state fortemente caratterizzate dall'impronta dei vertici e da una visione particolarmente accentrata dei processi decisionali. Può essere soltanto una percezione, ma le percezioni, quando riguardano enti chiamati a rappresentare interessi collettivi, meritano attenzione tanto quanto i numeri e le procedure.
Le vicende riportano alla memoria un principio che, in passato, alcuni soggetti della società civile ebbero modo di richiamare, talvolta anche in modo controcorrente: la prudenza di fronte a percorsi che sembravano richiedere adesioni preventive o forme di consenso non ancora accompagnate da una piena condivisione di programmi, obiettivi e metodi. Forse – osserva ancora Chiesa - non era diffidenza. Forse era semplicemente la convinzione che le istituzioni debbano sempre conservare la propria autonomia di giudizio e che il confronto debba precedere le decisioni, non seguirle.
A distanza di tempo, quel richiamo alla cautela appare ancora attuale.
Non per guardare al passato – argomenta - né per attribuire oggi torti o ragioni, ma perché ricorda un principio essenziale: le istituzioni devono essere più grandi delle persone che, temporaneamente, sono chiamate a guidarle. La credibilità di un ente non si misura soltanto dalla qualità delle sue iniziative, ma anche dalla capacità di rendere comprensibili e condivisibili i processi che conducono alle sue scelte”.
E poi considerazioni sul fatto che la Fondazione dovrebbe essere, per le sue peculiarità, una cassa di vetro.
“La trasparenza non è una concessione, è una responsabilità. La fiducia – annota - non si pretende, la si conquista, giorno dopo giorno, attraverso comportamenti coerenti con i valori che si dichiara di rappresentare”.
Infine, sempre a titolo personale, pone una domanda diretta: “La Fondazione CRC deve rendere pubblica la delibera con cui ha deciso di acquistare una quota azionaria de La Stampa? Se non lo fa – si interroga -, non rischia di incrinare nei cittadini il senso di trasparenza che dovrebbe invece prediligere e proteggere a loro sostegno?”