Politica - 02 giugno 2026, 09:50

STORIA / 2 giugno 1946: l’Italia scelse la Repubblica, ma la Granda confermò la propria fedeltà a Casa Savoia

Solo Cuneo e Fossano si allinearono alle tendenze del Nord Italia, mentre Alba, Bra, Mondovì, Saluzzo e Savigliano optarono per la Monarchia. Per l’elezione dell’Assemblea Costituente quasi un elettore su due nel Cuneese scelse la Democrazia Cristiana di Alcide De Gasperi

Ottant’anni fa come oggi le italiane e gli italiani si recavano ai seggi per scegliere tra Repubblica e Monarchia e, contestualmente, per eleggere i componenti l’Assemblea Costituente, chiamati a scrivere la Carta Costituzionale. 

Era la prima volta che le donne venivano ammesse ad una votazione di carattere nazionale.

Nel referendum istituzionale del 2 giugno 1946, il responso del voto nel Cuneese risultò in controtendenza rispetto al resto del Piemonte e alla media nazionale, evidenziando una maggioranza a favore della Monarchia con il 56,15% dei voti, mentre la Repubblica si fermò al 43,85%. 

La Monarchia vinse nella maggior parte dei Comuni della provincia (146 su 209) e in quasi tutti i maggiori centri.

Un orientamento che rese il Cuneese una delle sole quattro province a nord di Roma - insieme ad Asti, Bergamo e Padova - in cui i sostenitori dei Savoia riuscirono a imporsi. 

In cinque delle “sette sorelle” prevalse la scelta a favore di Casa Savoia: con alte percentuali di consenso ad Alba (66,8%) e Bra (55,8%), di più stretta misura a Mondovì (51%), Saluzzo (51,8%) e Savigliano (50,3%). 

Solo Cuneo e Fossano si allinearono alle tendenze del Nord Italia. 

Nella città capoluogo la Repubblica ottenne 12457 voti contro i 10631 della Monarchia (il 53,9%): votò l’84,22% degli aventi diritto, quasi tremila in più rispetto a quelli che il 31 marzo di quello stesso anno avevano eletto il primo Consiglio comunale dell’era democratica, dopo vent’anni in cui le elezioni erano state abolite e la gestione dei municipi era stata affidata a podestà di nomina prefettizia.

Il Paese si trovò spaccato in due: da una parte il Nord repubblicano, segnato dalla terribile eredità della guerra civile, dall’altra il Sud monarchico che premeva per il ritorno all’ordine e alla pace sociale. 

La Granda – come hanno rilevato autorevoli studiosi tra cui Gianni Oliva autore di una specifica e documentata pubblicazione sul voto in Piemonte – rappresentò ancora un caso a sé, anzitutto nelle proporzioni della vittoria monarchica. 

Mentre in altre realtà lo scarto rimase contenuto (poco più dell’1% ad Asti e Bergamo, un più consistente 4% a Padova), da noi la fedeltà alla casa regnante venne riaffermata con uno scarto di vantaggio di oltre 12 punti percentuali.

Da segnalare anche come la divisione geografica del voto restituì la spaccatura tra le valli, che avevano vissuto con maggiore intensità la guerra partigiana, e il resto della provincia. 

Il voto repubblicano si impose infatti nella fascia di Comuni compresa tra la valle Pesio e la valle Po, con l’eccezione dell’Infernotto.

Le contestuali elezioni dell’Assemblea Costituente confermarono gli orientamenti di massima emersi nei seggi delle città e dei paesi.

Cuneo, che faceva parte della circoscrizione elettorale con Asti e Alessandria, concorse (più delle altre due) al trionfo della Democrazia Cristiana, affermatasi nel contesto provinciale con 157mila voti validi su 342mila: quasi un elettore su due scelse il partito di Alcide De Gasperi .

Giampaolo Testa