Ci sono emergenze che negli anni cambiano forma. All’inizio sembrano legate a pochi giorni, a una notte da superare, a una sistemazione provvisoria da trovare in fretta. Poi diventano permanenze lunghe, fragilità stratificate, vite che non riescono più a uscire dal circuito dell’accoglienza perché fuori mancano case accessibili, garanzie, reti familiari e lavoro stabile.
Negli ultimi giorni il tema è tornato a farsi concreto anche ad Alba, dove sono state segnalate due donne italiane costrette a dormire in auto, poi intercettate dalla rete dei servizi e del volontariato. Un episodio che conferma come la fragilità abitativa non riguardi più soltanto percorsi migratori o situazioni marginali già note, ma possa coinvolgere anche persone del territorio improvvisamente rimaste senza una soluzione.
È dentro questa trasformazione che si muove oggi l’Organizzazione di volontariato "Marta e Maria", nata nel giugno 2005 dall’esperienza del Centro d’Ascolto Caritas della parrocchia di Santa Margherita di Alba e diventata negli anni un presidio fondamentale per donne sole, madri con figli e persone in grave difficoltà abitativa.
A raccontarlo è Silvia Giordano, una delle fondatrici dell’associazione. “Sono vent’anni che siamo nati, ma adesso le situazioni stanno diventando più che brutte, incancrenite. Non si risolvono più così facilmente come una volta”, spiega.
Il Centro di Pronta Accoglienza “Marta e Maria” venne inaugurato il 2 dicembre 2006, inizialmente in un appartamento vicino al centro storico, con otto posti letto. La richiesta crebbe quasi subito, fino al trasferimento, nel 2008, in una casa indipendente e poi nell’attuale sede di strada Guarene 9/A, a Mussotto, concessa in comodato d’uso dalla parrocchia e ristrutturata grazie a bandi e contributi.
Oggi la struttura è piena. “Abbiamo circa 15-16 posti nella comunità e cinque mini alloggi al piano superiore. In questo momento seguiamo 14-15 persone, di cui molti bambini”, racconta Giordano.
Il primo livello di accoglienza offre un posto dove dormire e mangiare. I mini alloggi, invece, sono pensati per donne che hanno già trovato un lavoro più stabile e iniziano un percorso verso l’autonomia, imparando anche a sostenere una quota di spese e a gestire la vita quotidiana in una dimensione più simile a quella di una casa. Nel corso degli anni, secondo i registri dell’associazione, sono passate da Marta e Maria quasi 300 persone tra donne e minori. Donne italiane e straniere, madri sole, persone abbandonate o vittime di violenza, badanti rimaste senza lavoro, nuclei sfrattati o spezzati da situazioni di grave precarietà.
La difficoltà principale, oggi, è la casa.
“C’è più difficoltà abitativa che lavorativa. Il lavoro manca, oppure è precario e spesso in nero. Qualcosa riescono anche a guadagnare, ma non abbastanza per andare a vivere altrove. E quando provano a cercare un monolocale vengono richieste garanzie impossibili o affitti anticipati molto alti”, osserva Giordano. Il problema si aggrava per le donne straniere, soprattutto quando mancano documenti stabili, reti familiari e conoscenza della lingua. “Una volta l’accoglienza era davvero pronta accoglienza: il primo giorno, la prima notte, poi spesso le persone trovavano una soluzione attraverso amici o connazionali. Adesso arrivano e non vanno più via, perché non hanno alternative”.
Negli ultimi anni, però, l’associazione ha visto crescere anche un’altra fragilità: quella psicologica e sanitaria. “Una volta non si presentavano problematiche così complesse. Oggi incontriamo casi di depressione molto avanzata e situazioni quasi psichiatriche. Noi siamo volontari, non operatori, e non siamo in grado di gestire da soli problemi di questo tipo”. Da qui la necessità di un rapporto sempre più stretto con servizi sociali, assistenti sociali, Caritas, Comune e Consorzio socio assistenziale.
Il lavoro quotidiano resta interamente sulle spalle dei volontari. Sulla carta sono circa trenta, ma quelli realmente attivi sono una quindicina. Ogni giorno una coppia di volontari passa dalla struttura per verificare la situazione, portare generi alimentari, gestire le richieste, controllare i turni, occuparsi delle necessità pratiche.
“Noi compriamo il cibo e lo distribuiamo in base ai bisogni. Non diamo soldi direttamente. Prepariamo le borse con quello che ci viene richiesto e le portiamo alle ospiti”, spiega Giordano.
Accanto alla casa e al cibo ci sono poi lavatrici da gestire, bambini da seguire, scuola, documenti, problemi linguistici, ricerca del lavoro, rapporti con gli enti e percorsi di autonomia spesso molto difficili.
Uno dei fronti più delicati riguarda proprio i figli. Molti bambini e ragazzi arrivano con difficoltà scolastiche, linguistiche o relazionali, dentro famiglie in cui spesso la madre è completamente sola.
“Quando ci sono figli l’aiuto deve essere ancora più forte. Ci sono materiali scolastici da comprare, problemi di lingua, adolescenti da accompagnare, madri che non possono andare a lavorare se non sanno a chi lasciare i bambini”.
L’associazione segue oggi quasi esclusivamente donne e nuclei femminili con minori. Gli uomini vengono indirizzati verso altre strutture di accoglienza del territorio. Nel tempo, spiegano i volontari, gli italiani hanno rappresentato una percentuale minima degli ospiti, ma negli ultimi anni anche questo dato sta lentamente cambiando. “Per gli italiani alcune cose sono più semplici: la lingua, i documenti, il rapporto con il lavoro. Ma il problema della casa resta enorme anche per loro”, sottolinea Giordano. Marta e Maria resta dunque una casa, ma anche un luogo di mediazione continua tra emergenza e autonomia possibile. Una realtà nata per rispondere a bisogni immediati e che oggi si trova di fronte a una fragilità molto più lunga, complessa e difficile da sciogliere.