Dalle mani callose al paesaggio Unesco: Roberto Cerrato racconta la terra che resiste
Sulle colline di Langhe e Roero nasce “Il respiro della campagna”, un libro tra memoria rurale, fotografie d’autore e storie di comunità
C’è un punto preciso da cui Roberto Cerrato parte, ed è lontano da qualsiasi costruzione teorica: la terra. Non come concetto, ma come esperienza diretta. Quando risponde al telefono è in campagna, tra i noccioleti, immerso in quel paesaggio che diventa materia viva del suo nuovo libro, Il respiro della campagna, in uscita il 28 maggio con una prima presentazione nazionale al castello di Magliano Alfieri.
Non è un saggio accademico, né un semplice racconto. È piuttosto un attraversamento, fatto di capitoli brevi, riflessioni e immagini, che tengono insieme memoria, lavoro e trasformazione del territorio.
Presidente dell’Istituto italiano per la salvaguardia e valorizzazione del paesaggio culturale vitivinicolo, fondatore del Centro culturale San Giuseppe, già manager del sito UNESCO dei Paesaggi vitivinicoli di Langhe-Roero e Monferrato ed esperto della Commissione Nazionale UNESCO, Cerrato torna ancora una volta sul tema che attraversa da anni il suo lavoro: il rapporto profondo tra uomo, paesaggio e memoria.
“Ho voluto scrivere ciò che penso su quello che bisogna custodire: non solo parlando del sito Unesco, ma proprio del nostro territorio, da dove si è partiti a dove si è oggi, per guardare al futuro”, spiega.
Il punto di partenza è chiaro: il paesaggio non è un’immagine, ma il risultato di una stratificazione umana. E dentro questa stratificazione ci sono soprattutto le persone.
“È una riflessione e anche un ringraziamento alle persone che hanno le mani spesse, le mani callose. Io provengo da quella storia, e capisco cosa significa lavorare senza le tecnologie di oggi, nel silenzio e nella compostezza delle famiglie di campagna”.
Il libro si muove lungo questa linea: quindici capitoli che affrontano il rapporto tra uomo e territorio, l’evoluzione del paesaggio, l’antropizzazione delle colline. Ma dentro il volume entrano anche altri sguardi, altre voci e altre generazioni.
Uno degli episodi che Cerrato racconta con maggiore partecipazione riguarda infatti l’incontro con le classi Seconda e Terza della maestra Laura Avidano della scuola elementare di Calliano, in provincia di Asti. Un’esperienza che ha lasciato un segno profondo nel progetto del libro.
“Mi hanno donato dei disegni su come vedono la campagna. Li ho inseriti nel libro, con il commento della maestra. Noi diciamo sempre che dobbiamo parlare ai bambini, ma non li coinvolgiamo mai davvero. Io ho voluto fare questo passaggio”.
Accanto ai disegni dei bambini trovano spazio anche contributi letterari, poetici e fotografici. Cerrato sottolinea più volte come il volume sia nato attraverso incontri, collaborazioni e relazioni costruite nel tempo.
In questo percorso trovano spazio anche il contributo del professor Luigi Cabutto, autore di un testo inserito nel libro, e le poesie di Bruno Penna, sindaco di Castiglione Tinella, musicista e autore da sempre legato ai temi del paesaggio e della memoria rurale.
La parte iconografica occupa poi un ruolo centrale. Sono cinque i fotografi coinvolti, tra cui Antonino Boscolo e Michele Pellegrino, grazie anche alla collaborazione con la Fondazione CRC che custodisce parte dell’archivio del fotografo cuneese.
“Ci sono una cinquantina di fotografie, immagini molto forti. Sarebbero tutte da incorniciare. È un modo per accompagnare la riflessione, non per abbellirla”.
Molte immagini sono in bianco e nero e restituiscono una campagna lontana dalla retorica cartolina: volti, lavori, dettagli quotidiani, colline attraversate dal tempo.
Il paesaggio, nel racconto di Cerrato, non è mai neutro. È un organismo vivo, fragile, esposto a trasformazioni rapide. E proprio per questo va custodito, prima ancora che valorizzato.
“Senza la campagna non possiamo vivere. È il nostro polmone, la nostra Amazzonia. Dobbiamo esserne consapevoli”.
Nel libro riaffiorano così anche le storie delle famiglie contadine, delle comunità rurali e di quel tessuto umano che, secondo Cerrato, ha contribuito a costruire l’identità profonda delle Langhe.
“Le famiglie di campagna hanno accolto, hanno nascosto, hanno protetto. È una storia che va ricordata, perché ci dice da dove veniamo”.