Il carcere come parte della città, non come margine invisibile. È da qui che prende forma la lettura del primo anno di attività di Emilio De Vitto, nominato il 27 febbraio 2025 dal sindaco Alberto Gatto garante comunale delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale. La relazione che copre il periodo marzo 2025-aprile 2026 restituisce un quadro articolato della Casa di reclusione “Giuseppe Montalto” di Alba: numeri, criticità, progettualità e, soprattutto, una visione che chiama in causa l’intera comunità.
Partiamo dal suo ruolo: che cosa significa concretamente essere garante?
“Il garante è un anello di congiunzione tra il carcere e la città: non decide, ma osserva, monitora, ascolta e facilita il dialogo tra le diverse realtà coinvolte e le persone. Il suo compito è vigilare perché non venga mai meno la dignità della persona e perché siano rispettati i diritti fondamentali, dalla salute all’istruzione, dal lavoro alla formazione, fino alla possibilità di mantenere relazioni e prospettive di reinserimento. Significa anche promuovere iniziative pubbliche per far conoscere la realtà del carcere e superare una distanza che spesso è prima di tutto culturale”.
Nella relazione lei definisce il carcere una “luce rossa” della società: perché?
“Perché il carcere mette in evidenza problemi che non appartengono solo a chi è detenuto: disagio psichico, dipendenze, marginalità sociale, fragilità economiche e familiari. Se il carcere diventa solo il luogo in cui contenere queste situazioni, senza affrontarle davvero, allora diventa un contenitore che non risolve. L’articolo 27 della Costituzione indica invece un’altra direzione: le pene devono tendere alla rieducazione e non possono essere contrarie al senso di umanità. È un principio che deve tradursi in pratica quotidiana”.
Qual è oggi la situazione della Casa di reclusione “Montalto”?
“È una struttura che vive ancora una fase di transizione: dopo la chiusura tra il 2016 e il 2017 per i problemi legati alla legionellosi, è stata riaperta solo parzialmente nel 2017 e oggi il padiglione principale, con una capienza di 177 posti, è ancora in ristrutturazione dal 2022. I dati aggiornati al 9 aprile 2026 indicano 138 posti regolamentari, ma 91 non disponibili e 40 persone presenti. La riapertura prevista nel corso del 2026 sarà decisiva per capire quale funzione avrà il carcere albese nel sistema penitenziario”.
Quali sono le principali criticità che emergono?
“La questione sanitaria è centrale, soprattutto sul piano della salute mentale: nel 2025 si sono registrate 240 visite psichiatriche, oltre a 100 interventi del Serd, 100 visite odontoiatriche e 200 infettivologiche, a cui si aggiungono 353 accessi all’ospedale di Verduno. Anche gli eventi critici, 60 nel 2025, vanno letti in questa chiave: 40 sono stati forme di protesta pacifica, spesso legate a richieste non accolte o a incertezze sulle misure. Sono segnali che raccontano una tensione che non può essere interpretata solo come problema disciplinare”.
Il nodo più complesso resta quello della Casa lavoro.
“Sì, perché parliamo di una misura di sicurezza che si aggiunge alla pena già scontata e che non ha una percezione chiara di fine. Le persone vivono una condizione di sospensione, in cui l’uscita dipende da valutazioni periodiche e spesso anche dalla presenza o meno di una rete esterna. Questo genera insicurezza e rende più difficile costruire un percorso. È quello che definisco un limbo legislativo, che riguarda non solo Alba ma tutte le Case lavoro presenti in Italia”.
Accanto a questo quadro, però, esistono attività e progetti significativi.
“Sì, ed è importante sottolinearlo: l’istituto è attraversato da attività formative, lavorative e trattamentali che cercano di dare senso al tempo della detenzione. Ci sono corsi scolastici del Cpia, percorsi professionali legati alla viticoltura, all’agricoltura, alla sanificazione, attività di sostegno psicologico e laboratori. Il lavoro resta un elemento chiave: all’interno si svolgono attività di cucina, manutenzione, pulizie, coltivazioni, mentre all’esterno ci sono percorsi in semilibertà e strumenti come lo sportello lavoro carcere e lo sportello multiservizi, che però rischia di interrompersi a giugno 2026 per mancanza di risorse. In quest’ottica parteciperemo a un bando della Fondazione CRC”.
Quanto conta la rete esterna?
“È decisiva: il carcere non può funzionare da solo. Il Tavolo carcere nasce proprio per mettere insieme istituzioni, volontariato, scuola, sanità, mondo del lavoro. L’obiettivo è condividere informazioni, costruire percorsi integrati e rafforzare il lavoro di rete, mettendo al centro la persona e non solo la funzione detentiva. In questo senso il carcere diventa davvero un pezzo della città”.
Il progetto “Valelapena” è uno dei simboli di questo legame.
“È un progetto che unisce formazione, lavoro e territorio: nasce nel 2006 e coinvolge le persone detenute nella coltivazione delle vigne interne e nella produzione di un vino che è anche un segno concreto di reinserimento. La collaborazione con la Scuola Enologica di Alba e con altri soggetti dimostra che il carcere può generare valore, non solo gestire una condizione di marginalità”.
Che bilancio traccia del suo primo anno?
“In termini di impegno sono state 540 ore di attività, con 176 colloqui diretti con le persone detenute. Le richieste riguardano soprattutto lavoro, licenze, salute e percorsi alternativi. Ma il dato più importante non è quantitativo: è la consapevolezza che il carcere non può essere affrontato per compartimenti separati. Serve una responsabilità condivisa”.
Il 2026 sarà un anno decisivo. Che cosa si gioca davvero?
“Si gioca il futuro del Montalto: non solo la riapertura del padiglione principale, ma la definizione della sua identità. Le ipotesi parlano di una struttura orientata al trattamento avanzato, con forte vocazione lavorativa e apertura al territorio. Il rischio è disperdere il lavoro fatto finora; l’opportunità è consolidarlo e ampliarlo”.
Nelle sue conclusioni parla di umanizzazione come responsabilità collettiva.
“Sì, perché il livello di umanizzazione del carcere dipende dalla capacità di una comunità di prendersi cura. Non può essere delegato a un singolo soggetto. Il carcere deve essere considerato un quartiere della città di Alba: e come ogni quartiere richiede attenzione, presenza e responsabilità condivisa. Solo così il percorso di reinserimento può diventare reale e non solo dichiarato”.