Maltrattamenti sul posto di lavoro: la nipote accusa di mobbing la zia, per il giudice “il fatto non sussiste”
I fatti in una mensa di Mondovì. Impiegata da cinque anni, la giovane si licenziò pochi mesi dopo l'assunzione della congiunta
Si è concluso con un’assoluzione piena il procedimento davanti al Tribunale di Cuneo che vedeva imputata una donna, accusata dalla nipote di maltrattamenti sul posto di lavoro.
Nel corso del processo, la giovane, inizialmente costituitasi parte civile, aveva raccontato di aver lavorato per circa cinque anni come addetta ad una mensa a Mondovì e di essersi poi licenziata nel 2021, pochi mesi dopo l’assunzione della zia nella stessa struttura. Secondo la sua versione, i rapporti si sarebbero rapidamente deteriorati, anche a causa di vecchi dissidi familiari, fino a sfociare in atteggiamenti vessatori e umilianti.
“Mi derideva, diceva che ero lenta e davanti agli altri colleghi fischiettava e cantava per prendermi in giro”, aveva riferito in aula la nipote, che ha revocato la costituzione di parte civile e rimesso la querela, parlando anche di presunti dispetti durante il lavoro e di continue svalutazioni delle sue capacità.
Accuse sempre respinte dall’imputata: “Non le ho mai tirato le teglie, né l’ho mai derisa”, aveva dichiarato quest'ultima, collegando invece le tensioni a pregressi contrasti familiari e ipotizzando una forma di gelosia legata al proprio ruolo in mensa.
Nel corso della discussione, la difesa ha escluso qualsiasi intento vessatorio da parte della donna, riconducendo i contrasti a motivi familiari e a una diversa percezione del lavoro. "In una mensa che serve circa 180 persone - ha detto la legale -, è normale una gestione rigorosa delle mansioni, assegnate a tutti i dipendenti senza distinzioni".
Secondo il difensore, quelle che per altri erano semplici indicazioni operative sarebbero state percepite dalla nipote come modi bruschi.
All’esito del dibattimento il giudice ha quindi pronunciato sentenza di assoluzione, stabilendo che il fatto non sussiste.