Oggi le Langhe e il Roero vengono guardati da fuori come un luogo compiuto: paesaggio, vino, turismo, qualità della vita. Ma ogni volta che un territorio sembra raccontarsi da solo, c’è il rischio che la superficie copra tutto il resto. “Vite di Langa e Roero”, il volume curato da Carlo Petrini e Paolo Tibaldi, prova invece a riaprire quella stratificazione: le fatiche della civiltà rurale, i momenti di svolta, le ferite, i cambiamenti sociali, l’idea di comunità che ha permesso a queste colline di trasformarsi senza dissolversi.
Il libro tiene insieme vino, storia, lavoro, migrazioni, paesi e identità. Ma soprattutto mette al centro una convinzione precisa: non sono i luoghi, da soli, a fare la differenza. Sono le persone.
Ne abbiamo parlato con Paolo Tibaldi, attore, narratore e studioso appassionato della lingua piemontese e delle tradizioni del territorio. È la sua voce, larga, concreta e mai celebrativa, a dare al libro una temperatura particolare: quella di una memoria che non cerca rifugio nel passato, ma strumenti per leggere l’oggi.
Nel libro si avverte subito una tensione forte: non raccontare semplicemente il passato, ma trovare i punti in cui il passato continua a parlare al presente. Da dove siete partiti?
“Proprio da lì. Lo spirito del libro è questo: andare a cercare quei momenti esatti del passato degli ultimi duecento anni. Siamo partiti da quando l’agricoltura piemontese è stata rilanciata attraverso la viticoltura e anche la produzione del vino, seguendo tre diversi canali, fino ad arrivare a oggi, con tutti quei momenti che sono stati cruciali, che hanno segnato un prima e un dopo per la civiltà contadina, per le sue trasformazioni. Non tutti questi passaggi riguardano esattamente e direttamente il vino, ma indirettamente sì. Per esempio, il fenomeno dell’acquedotto arrivato nelle Langhe non ha riguardato direttamente il vino, ma indirettamente sì, eccome. Perché l’arrivo dell’acqua, che sembra un’altra cosa rispetto al vino, ha permesso la continuazione della vita delle persone e anche la possibilità di produrre il vino stesso. Così come l’arrivo di fenomeni straordinari dell’industria, da Ferrero a Miroglio, da Mondo alla Sebaste, fino a don Gianolio con l'Inapli: sono tutte cose che hanno fatto sì che la civiltà contadina potesse, pur lavorando in fabbrica, continuare a vivere in campagna e portare avanti il discorso dell’agricoltura. In fondo sono il primario, il secondario e il terziario che si attraversano dentro una stessa società”.
Il titolo è già una dichiarazione di metodo: “Vite di Langhe”. Quasi a dire che il centro non sono le colline, ma chi le ha abitate.
“Esattamente. È stato anche un modo, fin dal titolo, per dimostrare che la differenza la fanno le persone. L’hanno fatta e la fanno sempre. Di luoghi nel mondo ce ne sono tanti, però qui si rappresenta un’unicità, nel bene e nel male. Perché nel libro ci sono anche momenti di grandi ferite: per esempio lo scandalo del metanolo, oppure quando le cose nella storia sono precipitate. Non raccontiamo soltanto le gioie. Tutto però dipende dallo strato umano che ha composto questo territorio: dalle persone in quanto individui, certo, da quelli che hanno promosso certe situazioni, ma a monte non avrebbero potuto farlo se non ci fosse stata un’idea di comunità, di cooperazione. L’arrivo delle cooperative vuol dire proprio quello: le cooperative sociali, quelle della raccolta delle uve, del conferimento, poi il credito rurale, quello che in sostanza porta anche a realtà come Banca d’Alba. E poi la migrazione, che è un altro grande capitolo e fa il paio con l’attualità”.
Nel libro, infatti, la memoria non è mai chiusa. Continua a dialogare con i problemi di oggi.
“Sì, continuamente. Nel primo Novecento c’era gente che se ne andava: una persona su sei lasciava il territorio per andare in un altrove di speranza che si chiamava 'Merica. Oggi chi se ne va spesso non lo fa per sopravvivere, ma per la cosiddetta fuga di cervelli, e questo è un problema enorme. Negli ultimi undici anni dall’Italia se ne sono andati 680 mila studenti laureati. Poi c’è l’altra migrazione, quella in arrivo, quella che conosciamo bene: i braccianti, le persone che arrivano dall’Africa o dall’Est e cercano davvero di sopravvivere, spesso a qualunque costo, subendo anche trattamenti duri. Ecco, questo dialogare continuo tra presente e passato è una delle cose più importanti del libro”.
A un certo punto viene da chiedersi quale sia, in fondo, la finalità di un volume come questo. Conservare la memoria? Informare? Oppure provare a incidere sul presente?
“Secondo me si può leggere su più piani. La prima finalità è informativa, soprattutto verso i giovani. Dopo due serate teatrali, una ad Alba e una a Pollenzo, ci siamo accorti che una buona parte dei ragazzi non sapeva quale fosse stata la storia, quali fossero state le tribolazioni di un territorio come questo. Ne vedevano solo il benessere contemporaneo. E allora ci siamo detti che era il caso di raccontare davvero che cosa è accaduto: le malattie della campagna, la fillossera, la peronospora, l’oidio, cioè tutto ciò che ha fatto scappare la gente da qui; ma anche i momenti di aggregazione sociale, la pallapugno, il canté j’euv, il vendemmiare insieme, il cuocere il pane, il battere il grano. Momenti in cui non ci si vergognava di essere poveri, perché si sapeva di avercela messa tutta e quindi si collaborava. Questa è la prima finalità”.
Ce n’è una seconda, molto forte, che riguarda i paesi.
“Sì. La seconda finalità è un auspicio: rallentare, fermare o invertire lo spopolamento. È un problema grande e reale. I paesi rischiano di diventare luoghi dormitorio, da cui si converge verso i grandi centri, mentre intanto mancano i negozietti, manca il medico, manca il parroco, mancano servizi. E allora ti chiedi: viene prima la mancanza di gente o la mancanza di servizi? Io credo che sia importante prendere coscienza di questo aspetto, perché magari a qualcuno può anche venire l’idea di tornare a vivere nei paesi. Ma viverli davvero, non andarci solo a dormire. Che non siano soltanto una destinazione turistica. I turisti vanno benissimo, anzi ben vengano, ma sarebbe bello che vedessero un brulicare di persone che lì ci vivono davvero. Il turista cerca l’autenticità, non la rievocazione storica. Cerca la cosa vera. È inutile travestirsi da passato per attirare attenzione”.
C’è poi un passaggio molto interessante, quasi spiazzante, sul “senso del limite”.
“Sì, è un punto a cui tengo molto. Oggi la gente viene qui per mangiare e per bere, e anche chi vive qui sa che mangia e beve bene. Ma negli stessi posti, un tempo, la gente rischiava di morire di fame. Meglio così, naturalmente: meglio che non si muoia più di fame. Però bisogna tenere presente il percorso storico che ci ha portati fin qui. Ogni territorio in cui oggi c’è una cultura gastronomica di alto livello è un territorio in cui, prima, si è fatta la fame. Questo è matematico. Vale per i Paesi Baschi, per la Provenza, per il Perù, per tanti altri luoghi. Dove oggi c’è una forte rivendicazione di cultura enogastronomica, lì prima c’è stata una popolazione che ha conosciuto la fame. Questa consapevolezza, secondo me, serve a non perdere il senso della misura”.
Anche la percezione esterna del territorio, nel tempo, è cambiata profondamente.
“Moltissimo. Io ricordo quando ero bambino e andavo al mare con i miei nonni: se ci chiedevano da dove venivamo, rispondevamo genericamente dal Piemonte, o vicino a Torino, anche se arrivavamo da Alba, dalla provincia di Cuneo. Oggi invece, negli ultimi quindici anni almeno, quando ci chiedono da dove veniamo, diciamo subito il paese o la frazione. E quasi sempre la risposta è: 'lì sì che si mangia bene, si beve bene'. Questo ti fa capire quanto sia cambiata la percezione del territorio, diventato una destinazione turistico-ricreativa. Però mi ha colpito moltissimo un episodio recente: ero a Siviglia, ho chiesto a un signore di farci una foto e lui, sentendo che ero di Alba, mi ha risposto: ‘Ah, la città di Beppe Fenoglio’. Ecco, questa cosa mi ha fatto piacere. Mi ha dato il senso che Alba possa essere percepita anche come qualcosa di culturale, legato alla parte umanistica, non solo enogastronomica. Alla parola Alba, finalmente, non ha associato i tajarin al ragù, ma Fenoglio”.
Il libro verrà svelato in un fitto calendario di incontri sul territorio, che diventa estensione naturale di questo lavoro di memoria e racconto. Dopo i primi appuntamenti, venerdì 17 aprile Paolo Tibaldi sarà a Neive e sabato 18 aprile ad Arguello. Il calendario proseguirà nel mese di maggio, giugno e luglio con tappe già fissate: per tutte le informazioni è possibile accedere alla pagina personale di Paolo Tibaldi