Attualità - 29 marzo 2026, 19:14

Aldo Batti, il cantore del Roero: “Assomiglio alla mia terra: siamo gente che lavora tanto, ma sa anche far festa”

Una vita sul palco, una voce alla Fausto Leali, la simpatia dell’uomo in pace con sé stesso

Dal suo cortile in borgata Maioli di Santo Stefano Roero si gode una vista magnifica sulle colline, quelle che lui ha cantato tante volte nella sua U nostr Ruè.

Aldo Batti va per i 79, ha un cognome toscano, un sorriso contagioso, l’empatia di chi capisce la gente e sul palco ci sa stare. “Ti garantisco che ho avuto una vita bella, difficile per carità, ma mi sono divertito davvero tanto”.

Aldo la sua vita l’ha cantata, fin da piccolo.

“Credo che il DNA del canto arrivi da mio nonno paterno Francesco. Aveva una bella voce e il genio artistico. Scriveva commedie con titoli curiosi come 'Anello fatale con farsa finale', che non credo divennero mai famose. Ho ancora i manoscritti da qualche parte. A me piaceva cantare, fin da piccolo. Ho frequentato le scuole a Canale, fino all’avviamento professionale e intanto sognavo di diventare un cantante. A 14 anni vinsi un concorso canoro a San Damiano d’Asti. Da lì non mi sono più fermato”.

A Canale incontra Gino Scarsi, amico di sempre, valido polistrumentista e con lui e altri fonda i 'Trappers', poi i 'Punti interrogativi'.

“Suonavamo Elvis, i Beatles perfino 'I Can’t Get no Satisfaction' degli Stones. Io non sapevo l’inglese e cantavo inventando le parole, di volta in volta, come venivano. Però eravamo bravi, ci facevano esibire nei locali da ballo, come L’Eden di Alba, dal Conte a Canale, alla Perla di San Damiano d’Asti. Un giorno partimmo per Milano e comprammo un impianto completo per 470mila lire, indebitandoci. Erano i primi anni ’60, il movimento Beat e il Rock and Roll facevano sognare, c’era voglia di vivere e di divertirsi”.

Aldo partecipa a quelli che oggi si chiamerebbero 'casting'. Il maestro Passarino lo porta alla RCA a Roma. La sua voce, a metà fra baritono e tenore piace, ma non c’è seguito.
“Fu un’esperienza che ricordo con piacere. Mi vestii come un damerino, una bella giacca rossa, la cravatta, ben pettinato. Mangiammo alla mensa RCA vicino a Caterina Caselli, ero emozionatissimo di vedere da vicino i personaggi famosi del Festival e della TV”.

Dopo il servizio militare Aldo deve fare i conti con la realtà e dividere l’attività di cantante con il lavoro. Conosce Giuseppe Negro, cambia formazione, anche un po’ genere.
“Cantai ne 'I Jolly' poi con 'Noi di casa nostra' virando verso il liscio e il folk. Ci esibivamo nei balli a palchetto, in estate nei cortili, alle feste di paese, in tutte le fiere della provincia, nei locali al chiuso nella stagione invernale, non ci fermavamo mai. Per fortuna mia moglie amava ballare e mi seguiva, così potevo tenerla sotto controllo”.

Ride. La consorte Elena conferma:

“Quando avevamo i bimbi piccoli li lasciavamo spesso ai nostri genitori e facevamo serate: io ballavo e lui cantava. Per Aldo era comunque il modo per portare a casa un extra, che ci serviva eccome”.

Infatti c’è sempre l’altra faccia della medaglia, come cantava De Gregori in 'Caterina': 'La vita non è facile per nessuno, quando vuoi gustare fino in fondo tutto il suo profumo …'.

Lo conferma Aldo, osservando il cielo limpido che completa il dolce paesaggio roerino, cosparso di vigne e noccioleti:
A ripensarci non so come abbiamo fatto. Intendo dire, non so come abbiamo potuto costruire questa casa, portare avanti i lavori della campagna, pagare tutti i debiti, che è una cosa importante. Io giravo il Piemonte e la Liguria come rappresentante per una ditta di antenne, la Prestel di Alba. Poi la sera andavo a cantare. Tornavo a notte fonda, magari alle due o alle tre. Alle otto ero di nuovo in piedi e ripartivo. Non so quanti chilometri ho macinato in macchina e per mia fortuna non ho mai avuto incidenti”.

Gli anni passano, e arrivano l’Heavy metal, il Punk, il Grunge. Aldo continua a cantare in locali famosi come il Camaco a Borgo San Dalmazzo, il Centro di Magliano Alpi, l’Incrocio a Pianfei, la Pagoda di Caraglio, il Diamant di Bra. 
È la voce dei 'Taja Bosc e fa Fasine' e dei 'Canterin del Bric', famosissimi e richiestissimi, partecipa con gli amici di sempre ai 'Cantè j’Euv' roerini, coordina i 'Canalensis Band'.


Con i Canalensis fu un periodo straordinario. Suonavamo quasi a cappella, una roba mai vista. A me poi piaceva partecipare a tutti gli spettacoli e spesso venivo coinvolto a fare delle parti nelle commedie dialettali a teatro. E comunque c’erano serate, a fine anni ‘70 in cui finivamo nei cortili delle borgate più sperdute, montavamo su un rimorchio e cantavamo come fossimo all’Ariston, con la gente che ci ballava intorno. Adesso quando sento i giovani rinunciare ad un lavoro perché comporta occupare il sabato o la domenica, mi vien rabbia: io ho lavorato H24 si può dire e mi sono divertito a fare uno 'sport' dove venivo pure pagato: cosa si vuole di più?”

Negli ultimi anni prima della pensione Aldo si occupa della cantina, quella che oggi si chiama 'Crota Cichin' ed è gestita da suo figlio Francesco.


“Io non sono nato vinaiolo, ho fatto altro. Ma qualcosa capisco e ho portato la mia esperienza nel commercio per innovare e ammodernare l’azienda dei familiari di mia moglie. Francesco ha imparato il mestiere dagli zii, è diventato bravissimo e sono contento per lui, perché i prodotti di Crota Cichin sono sempre più apprezzati e a Santo Stefano Roero si sta lavorando bene, tutti insieme, per il vino e per il territorio che ho cantato con tanta passione”.
Lo ha fatto anche con la figlia Dolores, insieme alla quale ha realizzato un CD di cover, con brani di Gino Paoli, Celentano, Sergio Endrigo e altri. Un altro CD contiene le reinterpretazioni di brani famosi, come Yellow Submarine che diventa Pori paisan o Jingle Bells trasformata in Cingul bel.
 

“L’ironia non mi è mai mancata, ho sempre avuto il dono della battuta pronta e del buonumore. Per fortuna il mio carattere mi ha permesso di avere tante amicizie, di non litigare mai con nessuno, di divertirmi e di permettere alle persone di passare qualche ora serena e senza pensieri. In fondo assomiglio molto alla mia terra: noi roerini siamo gente che lavora tanto, ma che sa anche fare festa quando si può. Non nego di rimpiangere un po’ quei tempi, dove ci si accontentava e la gente era più semplice”.
Il cronista non può esimersi da una domanda banale per uno come Aldo Batti.
“Ne ha cantati tanti. Il suo, o i 'suoi' preferiti?”
 

Sorride. Guarda le fotografie appese in bella mostra in cucina, con tutte le sue band in bell’ordine cronologico, il suo viso giovane e allegro, la chitarra in mano.


 

“Difficile dirlo. Io ho sempre avuto una voce alla Fausto Leali, per cui mi venivano bene Celentano, le canzoni dell’Equipe 84 e brani di altri cantautori. Però se devo dire, per me Luciano Pavarotti è stato il migliore, unico e irraggiungibile”.

Aldo Batti è la voce di un Roero diverso nei tempi, ma uguale nell’anima. 

È un esempio per chi il talento lo esprime e non importa se non nei palcoscenici più prestigiosi. Perché i campioni non ci sarebbero senza tutti gli altri, che forse nella corsa della vita, alla fin fine, si divertono perfino di più.

Se vi capita, quattro chiacchiere con Aldo Batti fanno bene al cuore, e le sue canzoni anche.

Silvano Bertaina