In un tempo in cui la violenza sulle donne continua a emergere tra dati ufficiali e storie spesso invisibili, il lavoro delle associazioni resta uno dei presidi più concreti sul territorio. Non solo intervento, ma ascolto, accompagnamento, costruzione di percorsi complessi. È da qui che parte l’esperienza di Mai+Sole, realtà attiva dal 2007, nata a Savigliano dall’iniziativa di un gruppo di donne che si sono poste una domanda semplice e radicale: dove vanno le donne dopo essere state dimesse dall’ospedale a seguito di violenze?
Da quella mancanza di risposta è nato un percorso che oggi si traduce in una rete strutturata di collaborazione con medici, forze dell’ordine, servizi sociali e professionisti, oltre alla gestione di case di accoglienza a indirizzo protetto e a un supporto legale e psicologico qualificato. Un impegno che si misura ogni giorno con la complessità delle situazioni e con un dato che colpisce: le richieste di aiuto sono in aumento.
Venerdì 27 marzo alle 20.45 alla Biblioteca civica “L. Einaudi” di Dogliani ci sarà un incontro dal titolo “Uscire dal silenzio. Un’altra strada è possibile?”. Antonella Vassallo, relatrice nelll'incontro e vicepresidente dell’associazione Mai+Sole, , offre uno sguardo diretto su ciò che accade sul territorio.
Il titolo dell’incontro di Dogliani parla di uscire dal silenzio. Quanto è diffuso oggi questo bisogno di essere ascoltate?
“È molto diffuso. Noi abbiamo tre telefoni sempre attivi e, soprattutto nell’ultimo anno, riceviamo anche due o tre telefonate al giorno. Questo dato dice molto: significa che le donne stanno iniziando a cercare aiuto, ma anche che il problema è tutt’altro che marginale. E per noi tutto parte dall’ascolto: capire la sofferenza che portano, senza giudicare, è il primo passo.”
Queste due o tre richieste quotidiane che tipo di situazioni raccontano?
“Non sono tutte uguali. Alcune sono situazioni molto gravi, altre sono richieste di orientamento, magari per capire cosa si può fare o quali sono i propri diritti. A volte le donne arrivano da noi, poi si fermano, poi tornano dopo mesi. Anche questo fa parte del percorso: non tutte sono subito pronte.”
In questo percorso, che ruolo ha la denuncia?
“La denuncia è importante, perché permette alla donna di trovare giustizia e di ricostruire una vita. Però non è semplice. Spesso ci troviamo davanti a situazioni in cui l’uomo maltrattante si mostra disponibile a ‘lasciar andare’ la donna se questa ritira o non presenta la denuncia. È una forma di pressione molto forte. In questo senso il Codice Rosso ha introdotto elementi importanti: in alcuni casi, anche se la donna ritira la querela, il procedimento va avanti automaticamente. Questo può aiutarla a uscire da dinamiche di ricatto, ma resta un percorso impegnativo, che richiede energie e condizioni di sicurezza.”
Che cosa vi riportano le donne?
“C’è ancora molta confusione e disinformazione. Fino a poco tempo fa alcune donne pensavano di non poter lasciare la casa perché temevano di essere denunciate per abbandono del tetto coniugale. Ma non è più un reato. Questo dà la misura di quanto sia ancora necessario fare informazione, perché spesso la paura nasce anche da ciò che non si conosce.”
Prima ancora della denuncia, c’è il tema della sicurezza. È uno dei nodi principali?
“Sì, ed è uno dei più difficili. La donna deve avere un luogo sicuro dove stare. Ma molte non hanno autonomia economica, spesso hanno lavori precari o non lavorano. Quindi ogni percorso va costruito passo dopo passo, insieme.”
Negli ultimi mesi, con queste due o tre telefonate al giorno, percepite un cambiamento nella consapevolezza?
“Sì, c’è più attenzione. Se ne parla di più e questo porta più donne a contattarci. Però insieme alla sensibilità cresce anche la consapevolezza di quanto sia complesso uscire da certe situazioni. E resta ancora molta disinformazione.”
Dal vostro osservatorio, qual è oggi la criticità più forte?
“Le risorse. Noi lavoriamo in rete e cerchiamo di rispondere a tutte le richieste, ma quando hai due o tre nuovi casi al giorno capisci subito che il problema non è solo ascoltare, ma accompagnare davvero queste donne. Servono case, lavoro, sostegno economico. E spesso tutto questo manca.”
Vale anche per l’inserimento lavorativo e per la casa?
“Sì. Trovare un alloggio è difficile, soprattutto con figli. E anche sul lavoro ci sono resistenze. Per questo attiviamo tirocini, cerchiamo soluzioni. Ma manca ancora un collegamento forte tra il volontariato e le risposte strutturali che dovrebbe dare lo Stato.”
Si pensa spesso che queste situazioni riguardino le grandi città. È così anche per il vostro territorio?
“No, anzi. Nei piccoli centri c’è molto, forse anche di più, ma è più nascosto. E quei due o tre contatti al giorno lo dimostrano: non è un fenomeno lontano, è qui, vicino a noi.”
L’incontro di Dogliani ha anche un obiettivo operativo, oltre alla sensibilizzazione?
“Sì, quello di trovare nuove volontarie. Perché con numeri come questi – due o tre richieste al giorno – il lavoro è continuo. E non è un volontariato programmabile: lavoriamo sull’emergenza.”
Cosa significa concretamente lavorare sull’emergenza?
“Significa essere pronti sempre. Può capitare in qualsiasi momento. Mi è successo il 26 dicembre: ero a pranzo, mi hanno chiamato i carabinieri e sono dovuta intervenire per accompagnare una mamma con due bambini. È così: quando arriva la richiesta, bisogna esserci.”