Attualità - 25 marzo 2026, 06:05

Infermieri, la Regione li recluta all'estero. Galaverna: "Servono garanzie su titoli, lingua e qualità delle cure"

Il presidente dell'Ordine della provincia di Cuneo esprime preoccupazione per il futuro della professione, sempre meno attrattiva

In Piemonte mancano 6.000 infermieri. 

Un dato che viene spesso citato. E che è destinato a crescere nei prossimi anni. L'orizzonte è quello del 2030, anno in cui è previsto un pensionamento in massa di infermieri, che non sarà in alcun modo integrato.

"La nostra professione - ammette il presidente dell'Ordine delle Professioni infermieristiche della provincia di Cuneo Remo Galaverna - non è più attrattiva. Abbiamo perso 23 iscritti rispetto allo scorso anno. Non è un numero alto, ma rende l'idea. Nessuno vuole più fare l'infermiere. Senza contare che il nostro stipendio è uno dei più bassi d'Europa, il terz'ultimo. Chi può, se ne va". 

C'è chi se ne va e chi potrebbe arrivare. Perché la Regione Piemonte sta cercando di attrarre professionisti sanitari dall'estero. Lo ha fatto con l'Albania e ci sta provando in queste ore, con la partecipazione al vertice dell’Asia Centrale di Tashkent, dove è presente una delegazione formata da Assessorato alla Sanità, Ordine delle Professioni Infermieristiche e Università del Piemonte Orientale.

Lo scopo è quello di dialogare con le Università disponibili ad aprire partnership con corsi in lingua italiana. 

Perché presto saremo senza infermieri. Chi si prenderà cura di una popolazione sempre più vecchia e quindi potenzialmente sempre più malata e bisognosa di cure?

"Per continuare a garantire i livelli essenziali di assistenza e il turn-over all’interno dei nostri ospedali, il Piemonte ha deciso di chiudere accordi, già in essere, con la Repubblica d’Albania e di iniziare una nuova strada, già tracciata in ambito agricolo dal governo Italiano, con l’Uzbekistan. L’obiettivo non è assumere manovalanza a basso costo ma lavorare a livello universitario per formare dal punto di vista clinico e linguistico, sotto la supervisione dell’ordine delle professioni infermieristiche, operatori interessati a lavorare nella sanità pubblica nazionale", scrive la Regione. 

"L’impostazione che stiamo dando ai rapporti piace molto alle nazioni estere, perché a differenza di altri paesi europei non intendiamo prelevare i migliori laureati, ma contribuire all’empowerment universitario per formare insieme gli infermieri che opereranno in Italia”, dichiarano Luca Ragazzoni, delegato agli affari internazionali dell’Università del Piemonte Orientale, Ivan Bufalo, Presidente Ordine professioni infermieristiche Torino e Federico Riboldi Assessore Regionale alla Sanità.

Abbiamo chiesto a Galaverna un commento alla notizia della campagna acquisti in corso, provando a spiegarci il punto di vista degli infermieri della provincia. 

"Non credo sia la soluzione. Inoltre, si parla della mancanza di 6mila infermieri, ma non abbiamo mai avuto un documento che lo attesti. Sappiamo, però, che in Piemonte ci sono 2.400 infermieri in esercizio temporale in deroga, professionisti stranieri che potranno operare fino al 2029. La Regione deve darci delle risposte su questa categoria di infermieri che non risponde agli Ordini, che non ha obbligo di formazione continua e i cui titoli non sono valutati dal Ministero", continua Galaverna.

Ad essere messa in discussione è la sicurezza delle cure. 

Questi infermieri hanno solo il vincolo di iscrizione nell'Ordine del Paese di provenienza, ma non vengono valutati i loro titoli né l'equivalenza con quelli italiani. 

Gli ordini hanno chiesto più volte che venissero iscritti in un elenco speciale, così da poter effettuare un controllo deontologico su questi professionisti. Non si sa quali qualifiche abbiano - perché non vengono valutate o certificate - e non rispondono alla deontologia alla quale devono sottostare gli infermieri iscritti agli Ordini in Italia. Senza contare che non viene nemmeno valutata la competenza linguistica. 

"Sono infermieri quasi tutti dipendenti di strutture private. Non rispondono alle regole alle quali devono invece sottostare i professionisti che si sono formati in Italia. Chi valuta i loro titoli e la loro conoscenza della lingua? Al momento nessuno. Da tempo chiediamo che questa situazione venga sanata. Questo non è il modo per risolvere la situazione - conclude il presidente Galaverna. E non sappiamo se lo sia fare accordi con le Università estere. Siamo preoccupati, per il futuro della nostra professione e per i cittadini".