A un certo punto, mentre parla da Riyad, Simone Canepa si interrompe quasi con stupore: sta iniziando a piovere, forse perfino a grandinare. È un dettaglio minimo, ma racconta bene il tono di questi giorni nella capitale saudita: tutto sembra continuare, eppure tutto appare leggermente spostato, più fragile, meno stabile del solito.
Canepa, allenatore originario di Govone, laureato in Scienze Motorie, patentino Uefa B, con un passato tra il San Cassiano e una prima esperienza asiatica nell’Academy del Milan in Kuwait, oggi lavora a Riyad tra una scuola internazionale e la Juventus Academy. È lì, nel cuore di una quotidianità fatta di studenti, allenamenti, famiglie internazionali e ritmi già alterati dal Ramadan, che le conseguenze del conflitto hanno cominciato a farsi sentire.
“La situazione sicuramente non è così drammatica come magari può trapelare in Italia”, dice subito. Non minimizza, ma prova a restituire misura. A colpirlo, semmai, è stata la differenza tra la percezione esterna e quello che lui sta vedendo sul posto. “Ho ricevuto tanti messaggi, da familiari, amici, dal mondo del calcio, da Alba, da San Cassiano. Mi ha fatto molto piacere. Però qui la situazione è più sfumata: non è normale, ma non è neppure il quadro estremo che a volte arriva da noi.”
La città, spiega, vive una fase particolare già per conto suo. Il Ramadan cambia tempi, sonno, abitudini, giornate. Le famiglie si riorganizzano, le scuole lavorano a regime ridotto, molte attività si spostano verso la notte. Su questo equilibrio già delicato si è innestato il peso del conflitto. “Noi siamo in un periodo già particolare di suo, perché qui la vita cambia dal tramonto all’alba. Le scuole erano già meno piene del solito. In più è arrivato questo momento di guerra, di conflitto, e chiaramente non ha aiutato il nostro lavoro, come non ha aiutato tanti altri settori.”
Il momento di maggiore tensione è arrivato all’inizio della settimana, con un episodio che ha avuto un forte impatto simbolico sulla comunità internazionale presente in città. “Nella notte tra lunedì e martedì hanno colpito l’ambasciata americana. A Riad c’è una zona, il Diplomatic Quarter, dove sono concentrate molte ambasciate, e hanno lanciato due droni proprio lì. Per fortuna era notte e non c’era nessuno dentro, ma puoi immaginare che effetto abbia avuto.”
Nella scuola in cui lavora, il cambiamento è stato immediato. “Le scuole internazionali sono quelle che hanno avuto più paura. Molti insegnanti sono stati rimandati nei loro Paesi, in Australia, in Inghilterra, in America, e stanno facendo lezione a distanza da casa loro. Hanno detto: se dobbiamo fare didattica a distanza, fatela dal vostro Paese". La sua scuola, nello specifico, ha sospeso l’attività in presenza fino a martedì, con la possibilità di riaprire mercoledì solo se il quadro dovesse migliorare. “La scuola vuole comunque garantire un servizio alle famiglie, ma in questo momento si naviga un po’ a vista.”
Più che i danni diretti, almeno nella sua zona, è il clima generale ad aver inciso. “Per fortuna nella mia area, nella parte est della città, non ci sono stati danni. Anche nel compound dove vivo non è successo nulla. Però c’è stato un rallentamento forte di tante attività, comprese le academy sportive: c’è gente che è partita, gente che è rimasta ma non viene, persone impaurite, allenatori che sono rientrati a casa.”
La sensazione, nelle sue parole, è quella di una sospensione. Non una paralisi, ma una città che per alcuni giorni ha abbassato il ritmo, trattenendo il respiro. Anche perché le indicazioni ufficiali, racconta, non sono state del tutto nette. “Non ci sono state linee chiarissime da parte delle ambasciate. Ognuno, in sostanza, ha detto: fate come ve la sentite. Anche il messaggio arrivato dall’ambasciata italiana era un po’ ambiguo: se non è strettamente necessario, venite via; se invece ritenete di dover restare, restate.”
Canepa non nasconde il disorientamento che una formula del genere produce in chi, lì, ci vive e ci lavora. “Uno che ha scelto di vivere qui, che lavora qui, che ha costruito una quotidianità qui, come la interpreta una comunicazione così? È difficile valutare da soli il rischio reale.”
Eppure, fuori dalla sfera scolastica e sportiva, Riyad continua a muoversi quasi normalmente. È questo uno degli elementi che più colpiscono nel suo racconto. “La vita quotidiana, al netto del lavoro, è abbastanza regolare. Ristoranti, centri commerciali, negozi, attività: è tutto aperto. Gli uffici sauditi funzionano, le scuole saudite funzionano, la gente locale mi sembra molto tranquilla.” Perfino il traffico, che di solito è uno dei grandi problemi della città, per una volta è diminuito.
Nella sua lettura, Riad continua a trasmettere un’impressione di controllo. “L’Arabia Saudita ha uno dei sistemi difensivi più forti e avanzati dell’area. Hanno intercettato missili anche in prossimità dell’aeroporto, ma senza conseguenze sulla vita quotidiana della popolazione.” È forse anche per questo che, aggiunge, i sauditi tendono a vivere questa fase con una calma che agli occhi europei può sembrare sorprendente. “Le persone locali tendono anche un po’ a minimizzare. Non sai mai quanto sia lucidità e quanto sia abitudine a vivere in un contesto dove certe tensioni sembrano sempre rimanere circoscritte.”
Il punto, per lui, sta soprattutto qui: non tanto nel presente immediato, quanto in quello che potrebbe accadere se la situazione si allargasse. “Il problema vero dipenderà da chi entrerà in questo conflitto. Se si allarga, allora sì che può diventare un problema serio, soprattutto per gli spostamenti, per la paura, per la tenuta generale della regione.”
Per ora, però, Canepa prova a stare dentro la realtà concreta di questi giorni, senza lasciarsi trascinare da letture troppo drastiche. “Leggo titoli molto estremi, del tipo: Dubai è finita, non verrà più nessuno, Riyad è morta. Non è così. È normale che ci sia movimento, che ci sia preoccupazione, ma questo non significa demonizzare tutto questo mondo.”
La sua vita, intanto, resta appesa anche a una data precisa: il 19 marzo, quando finirà il Ramadan e scatterà una pausa di due settimane. Lui ha già il biglietto per rientrare in Italia. Il dubbio, semmai, non è partire: è tornare. “Spero di riuscire a venire. Il problema potrebbe essere il rientro, non l’andata. Oggi nessuno sa davvero come sarà la situazione tra due settimane. Non si può escludere nulla, nemmeno che le scuole decidano di chiudere fino a fine anno.”
Intanto, anche nei giorni più incerti, qualcosa resiste. Le lezioni individuali, qualche attività portata avanti, il tentativo di non perdere completamente il filo della normalità. “Anche stamattina sono andato a fare lezioni individuali a casa di alcuni ragazzi. La quotidianità, in qualche modo, continua.”