Enrico Costa, Vicepresidente della Commissione Giustizia, lo scorso 27 febbraio ha incontrato la cittadinanza a Cuneo ed a Canale in vista della votazione referendaria: un doppio appuntamento per dialogare e riflettere con un vasto pubblico sul tema della giustizia.
L’incontro è stato promosso dal Comitato Nazionale Cittadini per il Sì e hanno partecipato anche i Giovani Garantisti per il Sì. Hanno preso parte ai lavori, in qualità di relatori, oltre ad Enrico Costa, gli avv.ti Dora Bissoni e Alessandro Ferrero, Franco Graglia, Vicepresidente del Consiglio Regionale del Piemonte e Gian Pietro Pepino, sindaco di Entracque e coordinatore del Comitato provinciale per il Sì al referendum (a Cuneo), gli avv.ti Dora Bissoni e Antonio Francesco Morone (a Canale). L’esponente azzurro ha illustrato con chiarezza e precisione i tre pilastri su cui si basa la legge costituzionale sulla “Separazione delle Carriere”, per la quale cui i cittadini saranno chiamati ad esprimere un voto il 22 e 23 marzo 2026.
In primo luogo, la Legge costituzionale prevede la separazione delle carriere tra PM e giudici che, ad oggi, appartengono alla medesima famiglia professionale e politica. È quindi necessario che queste due figure intraprendano percorsi formativi e professionali distinti affinché sussista davvero il principio di terzietà del giudice rispetto ad accusa e difesa, a tutela dei diritti del cittadino che si trova ad essere indagato. Nessuno è colpevole fino a prova contraria (art. 27 della Costituzione): durante le indagini preliminari deve sussistere parità tra accusa e difesa, di fronte ad un giudice terzo ed imparziale.
Invece ci troviamo in un sistema in cui il giudice è debole di fronte ai PM, i numeri parlano chiaro: 94% di richieste dei PM di disporre di intercettazioni è accolto dai giudici; 99% di richieste dei PM di proroga di intercettazioni è accolto dai giudici; 85% di richieste di proroga delle indagini preliminari richieste dai PM è accolto dai GIP. Con la riforma il giudice sarà libero, terzo ed imparziale di fronte alle richieste del PM, perché non ne subirà più il condizionamento rispetto alla progressione in carriera.
Il principio di terzietà del giudice è sancito dall’art. 111 della Costituzione ed è ribadito dal Codice Vassalli (1989). Solo il Codice Rocco (1930) descrive un sistema di carattere inquisitorio in cui le funzioni di Giudice e PM tendono a sovrapporsi. Le principali democrazie europee hanno già collocato al centro del loro sistema processuale la separazione della carriera giudicante dalla carriera requirente: mancano all’appello solo Turchia, Romania e Bulgaria. La scelta democratica e liberale, dunque, consiste proprio nel portare a compimento il percorso avviato nel 1989.
Il secondo passaggio chiave della riforma è la creazione di due CSM, autonomi, uno per i PM e uno per i giudici (in modo che i rappresentanti dei giudici possano prendere decisioni per le carriere dei giudici e i rappresentanti dei PM possano prendere decisioni per le carriere dei PM). Con la riforma varia anche la modalità con cui verranno nominati i membri di suddetti CSM, ovvero attraverso il sorteggio e non più attraverso le influenze esercitate dalle correnti politiche.
La politica incide sulla giustizia: infatti ogni 4 anni il CSM assegna ad ogni magistrato una valutazione di professionalità e, negli ultimi 5 anni, i giudizi positivi sono stati il 99%: «Le correnti scelgono, le correnti proteggono, le correnti tutelano e condizionano le valutazioni di professionalità». Il sistema giuridico italiano (visto dall’esterno) sembra una macchina perfettamente funzionante, ma non è così. È ora di dire basta al correntismo. L’unico modo per far prevalere il merito è, appunto, l’introduzione dell’elezione tramite sorteggio.
Infine, il terzo punto chiave della riforma è la nascita dell’Alta Corte Disciplinare, un organo al di sopra delle parti, autonomo, indipendente anche dal CSM, composto prevalentemente da giudici, ma anche da membri laici e 3 membri indicati dal Presidente della Repubblica, con funzioni disciplinari: il magistrato che sbaglia, deve rispondere dei propri errori.
Negli anni 2017-2024, 5933 innocenti hanno subito una ingiusta detenzione (lo Stato ha speso 254,5 milioni di euro di risarcimenti); 89 sono state le azioni disciplinari avviate verso i magistrati responsabili, ma solo 9 sono le condanne, su, si noti bene, 5933 errori. È quindi doveroso e necessario rimuovere tutti gli ostacoli che impediscono alla giustizia di fare il suo corso.
È una legge fondamentale per restituire al potere giuridico l’attendibilità che gli spetta: «Ormai le persone tendono a disinteressarsi dei temi legati alla giustizia, perché essa è sempre stata poco credibile, per una grande responsabilità della politica, perché quest’ultima ha sempre cercato di stiracchiare la giustizia a suo uso e consumo: bisogna agire per invertire la rotta», ha dichiarato l’On. Costa. «Io ho cercato di dare degli elementi specifici e penso che il cittadino abbia diritto di essere valutato dal magistrato che è più bravo e non dal magistrato che è lì solo perché ha una tessera di corrente in tasca. Questo è lo spirito della riforma. Io penso che agiamo in coerenza assoluta rispetto alle norme costituzionali».