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Attualità | 03 marzo 2026, 09:50

L’appello di Marco Revelli, figlio di Nuto: "Privare la città dei suoi cedri sarebbe una perdita secca, senza uno straccio di motivo accettabile"

Lo scrittore e sociologo interviene nel dibattito su Piazza Europa: "Quegli alberi sono parte della nostra memoria e della nostra appartenenza"

Marco Revelli: "Non ho trovato una sola ragione che possa giustificare l'abbattimento dei cedri"

Marco Revelli: "Non ho trovato una sola ragione che possa giustificare l'abbattimento dei cedri"

Non solo personaggi pubblici e volti dello spettacolo. Sul destino dei cedri dell’Atlante di Piazza Europa prende posizione anche Marco Revelli, figlio del grande scrittore Nuto Revelli, profondamente legato a quel luogo. Una piazza che per lui non è soltanto uno spazio urbano, ma un frammento di vita vissuta: le mattine al Bar Haiti di papà Nuto, sempre allo stesso tavolino, le finestre di casa affacciate sugli alberi, i ricordi familiari intrecciati al verde che oggi rischia di scomparire.

Di fronte all’ipotesi di abbattimento, Revelli affida a una riflessione intensa e personale il suo dissenso, intrecciando ragioni civiche e memoria privata.

"Ci ho pensato e ripensato un’infinità di volte. Mi sono lambiccato il cervello a lungo. Ho interrogato anche amici e conoscenti. Per cercare di capire perché diavolo si vogliano abbattere gli splendidi cedri dell'Atlante che abbelliscono Piazza Europa e la rendono un luogo gradevole da guardare e frequentare.

Ma non ho trovato una sola ragione che possa giustificare un simile atto. Non motivi di sicurezza: quelle piante stanno benissimo, non minacciano certo di produrre danni a chicchessia. Non motivi di viabilità, di tipo urbanistico o di ordine estetico: non turbano certo l’arredo urbano, anzi contribuiscono ad abbellirlo.

Nemmeno di utilità pratica: che cosa si guadagnerebbe dall’abbattimento? Nulla, mentre al contrario distruggere quel patrimonio sarebbe una perdita secca per la città. Lo so la sociologia critica ha ampiamente descritto e stigmatizzato quella furiosa voglia di distruggere (per poi ricostruire, in peggio), che costituisce la malattia del secolo che ha elevato il (far) denaro a unico dio riconosciuto.

Ma mi auguro che quel pessimo sentimento – certo sempre più diffuso nella nostra cattiva modernità -, non alberghi nell’animo dei nostri decisori pubblici.
Li conosco, e sono convinto che un simile cattivo sentire non gli appartenga. E allora perché privare la città di quel patrimonio naturale che ha impiegato decenni a raggiungere il suo fulgore – quegli alberi senza i quali Piazza Europa non sarebbe più Piazza Europa -, senza uno straccio di motivo accettabile o anche solo credibile?

Il caso ha voluto che le finestre e il balcone dell’abitazione in cui hanno vissuto per quasi mezzo secolo i miei genitori e, per alcuni anni, anch’io, diano proprio su quella piazza. Lo spettacolo dei suoi alberi appartiene ai miei ricordi della giovinezza, quelli che più mi legano alla mia città. Se scomparissero, si aprirebbe per me (come penso per molti altri) un vuoto doloroso non solo di memoria, ma anche di appartenenza".

Le parole di Revelli si inseriscono in un dibattito che nelle ultime settimane ha acceso la città, trasformando un intervento urbanistico in una questione identitaria. Per molti, quei cedri non sono soltanto alberi: rappresentano un segno distintivo, un elemento di continuità tra generazioni, un presidio di bellezza e memoria collettiva.

La decisione finale spetterà agli amministratori, ma il confronto pubblico appare ormai inevitabile. Perché, come ricorda Revelli, senza quegli alberi Piazza Europa rischierebbe di non essere più la stessa — e con essa, un pezzo di storia condivisa.

Cesare Mandrile

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