Cronaca - 27 febbraio 2026, 19:28

Bracciante morì sul lavoro a Revello, in aula il confronto tra i consulenti

A perdere la vita nel 2022 fu il trentenne Moussa Dembelé, marito e padre di due figlie che lo aspettavano in Mali.

Un'immagine della protesta tenuta a Saluzzo dopo la morta di Moussa Dembelé (dalla pagina Facebook "Enough is Enough - braccianti in lotta Saluzzo"

La morte di Moussa Dembelé fu la trentunesima “morte bianca” del 2022 in provincia di Cuneo. 

Trent’anni, originario del Mali, sposato, padre di due bambine piccole che lo aspettavano in Africa. In Italia dal 2014, residente a Modena, il 10 luglio 2022 si trovava a Rifreddo, nel Saluzzese. Quella mattina perse la vita nel cortile di un’azienda agricola mentre stava lavorando.

Un mese dopo, un gruppo di braccianti organizzò una protesta nel Saluzzese: chiedevano giustizia per Moussa, ma anche contratti regolari e tutele.

 Ed è proprio attorno a questo intreccio — sicurezza e condizioni di lavoro — che ruota il processo in corso davanti al tribunale di Cuneo a carico dell’imprenditore agricolo F.T., nel cui cortile si verificò l’incidente. A costituirsi parte civile, anche per conto della moglie della vittima — una ragazza di appena vent’anni — e delle due figliolette, il fratello di Moussa, residente in Italia.

Secondo la ricostruzione dei primi rilievi, il giovane avrebbe urtato la testa contro un macchinario agricolo, un desilatore collegato a un trattore che ne forniva la forza meccanica, rimanendo “risucchiato” mentre stava distribuendo mangime ai bovini lungo la rastrelliera. La causa del decesso, come accertato dal medico legale, fu un trauma cranico. In un primo momento risultava indagato anche il costruttore del macchinario, la cui posizione è stata successivamente archiviata.

L’ultima udienza è concentrata sul nesso causale tra le caratteristiche del macchinario e l’evento mortale.

Secondo il consulente nominato dalla parte civile, in linea con le conclusioni addotte dall’ingegnere nominato pubblico ministero, il desilatore era composto da tre organi principali in movimento: un rullo di alimentazione, un tamburo munito di coltelli destinati a sgranare e convogliare il materiale nel cassone e un secondo organo girevole costituito da un nastro elicoidale per la miscelazione.

Due le modifiche ritenute decisive: la possibilità di azionare il macchinario da terra e il suo funzionamento anche con il rullo sollevato. È stato evidenziato come un modello analogo, prodotto negli stessi anni, fosse dotato di un dispositivo di sicurezza in grado di bloccare automaticamente il movimento in caso di sollevamento del desilatore.

Di diverso avviso il consulente della difesa che ha richiamato le analisi già svolte dal collega, ipotizzando due scenari alternativi: uno riconducibile a una fase di pulizia del desilatore; l’altro non collegato a un’attività lavorativa.

Elemento centrale della ricostruzione difensiva, infatti, è la posizione finale del corpo: testa rivolta all’interno del cassone, torace appoggiato al bordo esterno, braccia lungo il corpo e prive di lesioni. Circostanze che, secondo la difesa, non sarebbero compatibili con un’attività di pulizia all’interno del macchinario. In tale ipotesi, infatti, si sarebbero dovute riscontrare lesioni agli arti superiori e segni di reazione difensiva nel momento in cui il meccanismo avrebbe iniziato a ruotare.

II consulenti hanno inoltre escluso che, con gli organi in movimento, l’aspo potesse essere accessibile, richiamando la presenza di sistemi di blocco. Lo scopino sarebbe stato rinvenuto in frammenti.

Tutti i consulenti, interrogati dalla defissa dell’imputati, hanno prospettato, in alternativa, la compatibilità dell’evento con un malore o con un gesto volontario.

Il processo è stato rinviato al 28 aprile.
 

CharB.