Si è chiuso con due condanne al pagamento di una multa e altrettante assoluzioni il processo relativo a un venerdì sera finito in incubo a Savigliano.
I fatti risalgono alla notte tra il 28 e il 29 febbraio 2020. Quella sera quattro amici, tre ragazzi e una ragazza, dopo aver cenato insieme in un locale di Fossano, avevano deciso di andare a bere qualcosa in un locale a Savigliano. Qui, all'esterno, vennero verosimilmente aggrediti. Accusati in tribunale a Cuneo di averli picchiati e accoltellati, poco dopo il loro arrivo, sono tre ragazzi albanesi, i cugini E.X., K.X., l'amico D.C. e un italiano, S.F.
Tutti gli imputati dovevano rispondere di lesioni aggravate, ma solo due di loro, D.C. e S.F. (zio e nipote), erano accusati di intralcio alla giustizia, in quanto qualche giorno dopo l’accaduto si sarebbero diretti al locale per dire al titolare di non riferire nulla ai Carabinieri sulla loro presenza all'interno dello stesso. "Qui non è successo niente", avrebbero intimato al gestore, facendo anche riferimento "ad amici pericolosi". Accuse, queste, che però il giudice ha ritenuto infondate assolvendo i due imputati per non aver commesso il fatto.
Anche le contestazioni per lesioni, secondo il giudice, non sarebbero state fondate: riqualificando il reato in rissa ha assolto con formula piena F.C. e D.C. e condannato i due cugini al pagamento di una multa.
A raccontare in aula quello che sarebbe avvenuto quel venerdì notte era stata la ragazza che si trovava insieme agli amici, che, risarciti, avevano rimesso la querela. Era arrivata intorno all’una, come spiegato al giudice, e dopo aver preso un drink era uscita fuori dal locale per fumare una sigaretta insieme a uno dei ragazzi del suo gruppo, che sarebbe poi stato fermato da un componente dei presunti aggressori: “All’inizio parlavano tranquillamente, non so cosa si siano detti - ha spiegato lei -. Quando il mio amico si è girato per raggiungermi lui è diventato più aggressivo. Il mio amico l’ha bloccato con la mano. Era un ragazzo claudicante (poi identificato come K. X., ndr), ha perso l’equilibro ed è caduto. Poi è arrivato il cugino ed è scoppiata la rissa”. “Scene da Far West”, aveva raccontato la ragazza.
Un'altra testimone, sempre del gruppo, aveva ancora raccontato di aver visto due suoi amici fuori dal locale: uno era finito a terra e veniva preso a calci mentre cercava di proteggersi, l’altro tentava in qualche modo di tamponare il sangue, stringendosi una cintura attorno alla gamba. I presenti avevano parlato di un vero proprio pestaggio: calci e pugni, oggetti lanciati – posacenere, pezzi di cemento – e il sospetto che fosse spuntato anche un coltello. Un terzo giovane del gruppo aveva spiegato di essere arrivato poco dopo e di aver provato a disarmare uno dei ragazzi, che zoppicava. In mezzo al parapiglia era poi stato colpito con un mattone, riportando diverse ferite da taglio al polpaccio, al ginocchio e all’anca, oltre a un’altra lesione, più superficiale, all’addome.
Sui motivi dell’aggressione il ragazzo rimasto ferito non aveva saputo riferire: “E’ stata immotivata. Ancora oggi non me la spiego. Non li conoscevo nemmeno”, aveva concluso. Ma una parvenza di motivo, seppur non sia stata fatta luce fino in fondo, l'aveva fornito un quarantenne di Caramagna. Sarebbe stato lui quello preso di mira dal gruppo. "Un ragazzo zoppo aveva iniziato ad accusarmi di cose che non capivo - aveva detto al giudice -.Si riferiva a questioni di lavoro di un anno prima. Per ma non aveva senso".