Attualità - 30 gennaio 2026, 06:05

Dopo gli strappi, il tartufo ritrova continuità: Langhe e Roero sorridono. "Nessun blackout produttivo e qualità costante"

Il bilancio di Mauro Carbone (Centro nazionale studi tartufo) racconta una stagione regolare con prezzi equilibrati e segnali positivi sul fronte della tutela ambientale

Foto di Langhe Experience

Dopo alcune annate segnate da forti discontinuità produttive, la stagione del tartufo nelle Langhe e nel Roero restituisce segnali incoraggianti. A tracciare un primo bilancio è Mauro Carbone, direttore generale del Centro Nazionale Studi Tartufo, che parla di un’annata complessivamente positiva sotto il profilo della produzione, della qualità e dell’andamento del mercato.

“Se una stagione dovesse mantenersi su questi livelli, potremmo dirci soddisfatti”, osserva Carbone. “Negli ultimi anni, soprattutto nel periodo successivo al Covid, non si era più registrata una situazione così regolare. Il prodotto è stato presente fin dall’inizio e, con il passare delle settimane, ha mostrato un progressivo miglioramento”.

Uno degli elementi più rilevanti è l’assenza di quei bruschi arresti produttivi che avevano caratterizzato stagioni recenti. “Non si è verificato alcun vero blackout, come invece era accaduto lo scorso anno”, spiega il direttore, sottolineando come questa continuità abbia inciso anche sulla tenuta del mercato. “I prezzi sono rimasti su livelli ragionevoli: parliamo comunque di tartufo, quindi di un prodotto di valore, ma senza impennate fuori scala”.

La distribuzione della produzione, come spesso accade, non è stata uniforme sul territorio. “È normale che i cercatori riscontrino differenze tra una valle e l’altra. A volte si tratta di percezioni, altre di dati reali”, precisa Carbone. “Il quadro complessivo, però, è chiaro: sui mercati è arrivata una buona quantità di prodotto e la qualità si è mantenuta alta e costante”.

Un indicatore empirico, ma significativo, arriva proprio dall’esperienza quotidiana nei mercati. “Entrare e percepire un profumo intenso e diffuso di tartufo è sempre un segnale positivo”, racconta. “Non è una misurazione scientifica, ma quando l’aroma è netto e persistente significa che il prodotto è presente e di buona qualità”.

Accanto al bilancio stagionale, Carbone richiama l’attenzione su un lavoro di lungo periodo che va oltre il singolo raccolto. “Non possiamo limitarci a ragionare sul prodotto. Il tartufo è spontaneo, nasce in modo irregolare e in simbiosi con alcune specie arboree. Senza un ambiente adeguato, la produzione si riduce fino a spegnersi”.

Negli ultimi anni, sottolinea, qualcosa è cambiato anche sul piano della consapevolezza. “Le sensibilità sono cresciute: si abbattono meno piante strategiche e oggi c’è maggiore attenzione alla tutela, anche grazie agli strumenti di indennizzo disponibili”. Un percorso avviato da tempo che comincia a dare risultati concreti. “Le normative e il lavoro costante di informazione hanno prodotto effetti visibili. Oggi una reale attività di conservazione esiste”.

Resta comunque un equilibrio delicato. “Parliamo di ricerca libera, quindi di un rapporto complesso con i proprietari dei terreni. Ma rispetto a qualche anno fa il livello di attenzione è decisamente migliorato”.

Un altro fronte cruciale è quello della ricerca scientifica. “Conservare le piante è fondamentale, ma la questione più complessa riguarda la gestione del suolo e delle condizioni ideali per la nascita del tartufo”, conclude Carbone. “Studiare un prodotto spontaneo è molto più difficile rispetto a una coltura agricola tradizionale: i parametri non sono tutti controllabili e i tempi sono lunghi. Ma è un lavoro necessario, e insistendo si possono ottenere risultati”.

Daniele Vaira