Quattordici anni e otto mesi di carcere e 150.000 euro di risarcimento al figlio: questa la decisone della Corte d'Assise di Cuneo al rientro dalla camera di consiglio nel processo a carico di Ernesto Bellino, accusato di aver ucciso la moglie malata di Alzheimer nella loro abotazione di Beinette.
L’omicidio risale al 28 giugno 2024 e, da quel momento, l’uomo, reo confesso, si trova agli arresti domiciliari in una Rsa di Peveragno. Per Ernesto Bellino la Procura aveva chiesto 22 anni di carcere.
Contro di lui si è costituito parte civile il figlio Antonio, al quale andranno 150.000 euro, con il il legale Enrico Gaveglio. L'imputato, difeso dall' avvocato Fabrizio Di Vito, strangolò la moglie, Maria Orlando, affetta da Alzheimer, dopo averla spinta e procuratole un trauma cranico contro lo stipite del bagno.
Ernesto e Maria Concetta si erano conosciuti più di cinquant’anni fa. Era il 1970: lui aveva 21 anni, lei quattro in più. Della moglie malata – aveva riferito – si sarebbe personalmente preso cura, prima dell’arrivo della badante, finché "non ce ho più fatta", aveva confessato.
“Anche se mi trattava male, stavamo bene insieme", aveva detto, descrivendo un quadro che trova riscontro nella testimonianza resa dal figlio, che aveva descritto i genitori come “due persone che non sapevano stare senza litigare”.
Sempre stando al racconto dell’uomo, anche l’aggressione che lo portò a uccidere la moglie sarebbe arrivata al culmine di una discussione, avuta quella stessa mattina. “Non ce la facevo più da qualche giorno - aveva detto -. Mi sono steso in soggiorno e ho chiesto a mia moglie di portarmi le gocce per l’ansia. Lei mi ha ignorato. Era chiusa nel suo mutismo. L’unica cosa che mi ha detto è stata ‘tu non hai niente, la vera malata sono io’. Non ci ho più visto”.
"Le ho dato uno spintone e lei ha sbattuto contro il telaio della porta dopodiché l’ho strangolata. Mentre lo facevo una voce dentro mi diceva ‘perché mi dici queste cose?’", aveva spiegato.
Interpellato sul punto dal presidente della Corte d’Assise, aveva aggiunto di non aver avvertito "alcun freno né ripensamento", nel compiere il tragico gesto omicida. La donna, aveva riferito, non avrebbe reagito in alcun modo.
Oggi la sentenza, che ha chiuso il processo.