Attualità - 17 gennaio 2026, 10:49

Claudio Conterno saluta la Cia Cuneo e allarga lo sguardo: “Fermarsi non è debolezza, è governo del mercato”

Il mandato in scadenza il 31 gennaio diventa un’analisi sulla transizione dell’agricoltura: vino, filiere, Gdo e consumi. Sullo sfondo i bandi del Consorzio di Tutela Barolo e Barbaresco e il tema dell’“arroganza ai tavoli”

Claudio Conterno, il 31 gennaio scadrà il suo mandato alla presidenza provinciale di Cia Agricoltori Italiani di Cuneo

Il 31 gennaio segna la fine del mandato di Claudio Conterno alla presidenza provinciale di Cia Agricoltori Italiani di Cuneo. Una scadenza statutaria che diventa, nelle sue parole, occasione per allargare lo sguardo: non un bilancio di cifre, ma una riflessione sul modo in cui il mondo agricolo – e quello vitivinicolo in particolare – sta attraversando una fase di transizione complessa, segnata da incertezze economiche, mutamenti nei consumi e tensioni lungo le filiere.

Nella lettura di Conterno, il tema non è solo tecnico, ma riguarda la capacità di “governare” il mercato senza rincorrerlo. Ricostruisce il confronto interno ricordando l’ipotesi – discussa negli ultimi mesi – di un percorso graduale, fatto di fermo o incrementi molto limitati delle superfici, contrapposto all’idea di procedere comunque con numeri più alti, prescindendo dai segnali della domanda. Il punto, insiste, è la logica che sta dietro alle decisioni: “Sto fermo e vedo come si muove il mercato: non è debolezza”.

A pesare, nel suo ragionamento, è anche l’osservazione dei dati di settore del vino: “Io qualche dubbio ce l’ho, guardando i numeri e le fascette: penso che tante fascette siano ancora dentro gli armadietti”. Un’indicazione che rimanda a un mercato meno fluido di quanto talvolta appaia, e che invita alla prudenza prima di aumentare il potenziale produttivo.

È in questo quadro che si colloca la posizione espressa da Conterno sui bandi per le idoneità. Il Consorzio di Tutela Barolo Barbaresco Alba Langhe e Dogliani ha già assunto la propria decisione, scegliendo di aprire i bandi: una scelta legittima, che rientra pienamente nelle sue competenze. Proprio per questo, però, Conterno chiarisce senza ambiguità il senso del dissenso: “In questa fase auspichiamo che le idoneità restino bloccate, per poter valutare con attenzione l’evolversi della situazione. Non è il momento per noi di aumentare la produzione, ma ogni Cda può decidere di andare per la sua strada”.

Non una polemica, ma una divergenza di impostazione: fermarsi come strumento di governo, non come segnale di fragilità.

Il ragionamento, però, si allarga rapidamente oltre il perimetro delle denominazioni. Conterno richiama una dinamica che – a suo avviso – sta comprimendo la redditività agricola: il ruolo della Gdo e la distanza crescente tra il prezzo riconosciuto al produttore e quello pagato dal consumatore. “Quando su 100 euro ne arrivano 6 al produttore, specialmente sul fresco, c’è qualcosa che non quadra”, osserva, segnalando il rischio di un soffocamento progressivo della base agricola. Un rischio aggravato, nella sua lettura, da un sistema di sovvenzioni che ‘ha drogato il mercato’ e da un apparato burocratico sempre più oneroso: “Preferirei il prezzo giusto invece di mille cavilli per la burocrazia e mille controlli. È diventato un aspetto pesante”.

Sul vino, Conterno inserisce un ulteriore tassello: la trasformazione dei consumi. “Si beve meno vino, meno alcol: bisogna fare ripensamenti”, dice, arrivando a evocare anche strumenti difficili ma coerenti con una strategia di contenimento: “Se bisogna fare vendemmie verdi, bisogna fare sacrifici”. Una linea che incrocia inevitabilmente il calendario delle grandi vetrine promozionali.

Ed è qui che la riflessione si innesta su Grandi Langhe, in programma il 26 e 27 gennaio alle OGR Torino. Conterno non mette in discussione il valore dell’evento, ma ne problematizza l’impostazione e il perimetro. Se la manifestazione coinvolge territori che vanno oltre Langhe e Roero, allora – sostiene – andrebbe dichiarato con maggiore coerenza: “È una bellissima manifestazione, però a questo punto chiamatela ‘Grande Piemonte’”.

Nelle sue parole emerge anche un tema di equità: quello dell’accesso. Richiama il fatto che alcune aziende non associate, pur contribuendo al sistema attraverso meccanismi di comparto, non avrebbero le stesse possibilità di partecipazione. Il tono resta misurato: “Non voglio creare una polemica. Parlo in generale, per aziende nuove o non iscritte”.

Il quadro complessivo è quello di un settore che cerca equilibrio mentre cambiano i parametri: geopolitica, mercati, consumi e – nella base agricola – un processo di accorpamento che Conterno quantifica con un dato netto: “Negli ultimi 5-6 anni in provincia di Cuneo abbiamo perso 2.000 aziende agricole”. Per lui, la risposta passa da filiere più coerenti, qualità più alta e legami più stretti con il territorio; e, nel caso del vino, da una programmazione capace di non sovraccaricare il sistema proprio quando la domanda sembra chiedere prudenza.

In questo contesto, Conterno individua un ulteriore elemento di frattura, meno visibile ma altrettanto decisivo: il clima che si respira ai tavoli decisionali. È qui che introduce un parallelismo che va oltre il settore vitivinicolo e diventa lettura del tempo presente. “Il problema più grande che vedo oggi è l’arroganza nei tavoli”, osserva, richiamando un atteggiamento che, a suo avviso, si è diffuso a cascata. “È lo stesso schema che si vede anche a livello internazionale: Trump ha creato scompiglio, ma soprattutto ha sdoganato un modo di stare nella discussione fatto di chiusure, di decisioni prese senza più mediazione. Se ti piace così bene, se no andiamo avanti lo stesso”.

Non è un riferimento ideologico, ma culturale: per Conterno quel modello – “se non ti va bene, lo facciamo comunque” – rischia di riflettersi anche nelle dinamiche dei consorzi e delle organizzazioni di settore. “Quando non si parla più, quando il dialogo si interrompe, diventa difficile governare i processi. Negli anni le cose migliori le abbiamo fatte quando ci si fermava, si discuteva e si trovava una quadra”.

La scadenza del 31 gennaio chiude un capitolo e ne apre un altro. “Da una parte meno male, ho già dato”, dice, rivendicando però un risultato: “Oggi sui tavoli abbiamo il nostro valore, ci chiamano perché siamo un interlocutore serio. Sono ottimista, ma c’è ancora tanto da lavorare”. In un gennaio fitto di appuntamenti, il senso ultimo del suo discorso resta questo: evitare scelte d’inerzia e tornare a un metodo che precede le decisioni. Parlarsi, negoziare, misurare i segnali. Perché, in questa fase, la transizione non è uno slogan: “è il terreno stesso su cui si gioca la tenuta dell’agricoltura piemontese”.

Daniele Vaira