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Storie di montagna | 02 novembre 2025, 07:05

STORIE DI MONTAGNA 187 / Ca d’Vetu, la casa che è tornata a respirare

Grazie a Cristiano una casa di famiglia a Prea, in Valle Ellero, torna a vivere e diventa un bellissimo B&B

"Le case sembravano ancora assonnate, e anche questa casa, per anni è rimasta chiusa, si affacciava sul paese come in attesa di qualcuno che le restituisse voce"

"Le case sembravano ancora assonnate, e anche questa casa, per anni è rimasta chiusa, si affacciava sul paese come in attesa di qualcuno che le restituisse voce"

Quando sono arrivata a Prea, Valle Ellero, era mattina presto.  Il sole cominciava appena a scaldare i tetti e le pietre grigie del borgo, e l’aria aveva quell’odore di legna e silenzio che solo i paesi di montagna sanno conservare. 

Le case sembravano ancora assonnate, e anche questa casa, per anni è rimasta chiusa, si affacciava sul paese come in attesa di qualcuno che le restituisse voce. 
Una casa di famiglia, una di quelle che rischiano di spegnersi per sempre, e che invece oggi sono tornate a vivere.

Cristiano, appoggiato nella scelta dalla sua famiglia - la mamma Marilena, la moglie Francesca e la sorella Giorgia - ha deciso di non lasciare morire questa casa, ma di darle luce e di intraprendere la lunga e complicata strada delle ristrutturazione. Ha voluto mantenere inalterata tutta la sua originalità e la storia di chi ci ha vissuto.

I cugini, Massimo e Nicoletta, sono stati determinanti e parte attiva per arrivare al risultato finale: hanno condiviso con Cristiano il percorso, dando il loro contributo nella scelta dei materiali ed arredi che rendono la struttura unica. I momenti difficili non sono stati pochi, ma visto il risultato ottenuto ne è valsa la pena.

Insomma, Cristiano ha investito ma tutto gli altri ci hanno messo il cuore.

Ad agosto 2025 è nata così la Ca d’Vetu, con quella “V” che racconta una storia di affetto e di radici, perché “Vetu” era proprio il soprannome del nonno, conosciuto da tutti in valle, un vero personaggio.
«Doveva chiamarsi in un altro modo» racconta Cristiano. «Avevamo pensato a un nome più moderno, più da marketing. Poi ci siamo detti che no, doveva restare lui, Vetu, perché questa è casa sua, e di tutti noi».



Il progetto è diventato realtà passo dopo passo, pietra dopo pietra. 
Non è stato semplice — come sempre quando si rimettono insieme muri e ricordi — ma la determinazione ha avuto la meglio. 
«Ci siamo detti: o lo facciamo adesso, o non lo faremo mai più», spiega. E così è stato.



Quando sono stata invitata a partecipare a una riunione di famiglia nella casa ristrutturata da poco, ho capito che non si trattava solo di un restauro, ma di un atto d’amore. 
C’erano la mamma di Cristiano e suo fratello: due fratelli tornati nella casa dove erano nati, dove avevano trascorso l’infanzia. 
Mi hanno raccontato di come, quella casa, un tempo era un piccolo mondo dove la vita passava tra fatica e miseria.



Hanno raccontato di quando si portavano a casa le castagne in grandi sacchi, degli animali da accudire, delle feste di paese, di come tutto sia cambiato nel tempo.
E poi, a un certo punto, la mia domanda a Marilena: 
— “Ma quanto è contenta di vedere di nuovo viva la sua casa?”  
Lei ha sorriso, poi si è commossa.  
E ha detto soltanto:  «Dire che sono contenta è dire poco».



In quella frase c’era tutto: la fatica, la nostalgia, ma anche la gratitudine e l’orgoglio di vedere che qualcosa che sembrava perduto è tornato a respirare.
Da agosto, la Ca d’Vetu, è tornata a essere una casa viva. 

Non solo come luogo di ricordi, ma come spazio di accoglienza, aperto a chi cerca il silenzio, la lentezza, l’autenticità della montagna. 

A gestirla c’è una coppia che ha scelto di cambiare vita: Gabriella e Gianmarco lei, una maestra che ha lasciato la scuola per dedicarsi alla ristorazione; lui, un ex cartongessista che ha imparato a cucinare per passione e oggi accoglie gli ospiti con semplicità e sorrisi sinceri.

«All’inizio non è stato facile», mi raccontano. «Ma ogni volta che apriamo la porta e vediamo entrare qualcuno che si ferma qui, che apprezza il silenzio, la vista, la cucina, sentiamo che ne è valsa la pena».

C’è un bar e un piccolo ristorante, sia per gli ospiti sia per gli esterni. Occorre prenotare al 350/04.39.872 . La loro è una cucina piemontese autentica, fatta di piatti semplici e curati, con taglieri di salumi e formaggi, primi che profumano di sapori conosciuti, e secondi che sanno di casa. 

Pochi coperti, un’atmosfera familiare, la terrazza in legno che si affaccia sulla valle e regala tramonti silenziosi, solo interrotti dal rumore dei campanacci.

All’interno, il legno è il filo conduttore: pavimenti chiari, travi a vista, muri di pietra recuperata e camere accoglienti, ognuna con un piccolo dettaglio che racconta la montagna e un anno di nascita sulla porta, per ricordare tutti gli abitanti di questa grande casa.

Ca d’Vetu oggi è questo: una casa di montagna tornata viva, dove il profumo del legno si mescola a quello del sugo che cuoce piano, dove le risate rimbalzano tra le pareti rinnovate e il passato convive con il presente. https://www.instagram.com/cadvetu

E poi c’è Prea, il paese che accoglie questa storia che si trova nella parte più soleggiata e panoramica.
Un borgo minuscolo e bellissimo, dove l’arte incontra la pietra: i muri delle case sono colorati da murales che raccontano leggende, mestieri antichi e scene di vita quotidiana, trasformando le vie in un museo a cielo aperto. 

Durante l’inverno, Prea si anima ancora di più con il suo Presepe vivente, uno dei più suggestivi della provincia, capace di riportare ogni anno centinaia di visitatori tra stalle, cantine e cortili che si riempiono di luci, canti e profumi di vin brulè. 

È un luogo che riesce a tenere insieme memoria e comunità, fede e tradizione, arte e montagna.

In fondo, questa è la storia di tante montagne: di case che sembrano destinate al silenzio e che invece tornano a respirare, grazie a chi decide di credere ancora nelle proprie radici. 

A Prea, tra le valli che profumano di bosco, Ca d’Vetu è tornata a essere ciò che era sempre stata: una casa che accoglie, un simbolo di famiglia, una storia che continua.

Cinzia Dutto

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