C’è un rumore che non stanca mai, in certe giornate d’estate. È un ronzio sommesso, costante, che riempie l’aria tra i prati sopra Vernante. Lì, tra un profumo di resina e di miele, Alberto Dalmasso si muove con passo sicuro, circondato dalle sue api. Sono diventate la sua famiglia allargata, un mondo che ha scelto dopo averne attraversati altri. Perché la sua è una storia di ritorni, di scelte difficili, e di amore per la montagna.
Alberto ha studiato all’alberghiero, è cuoco di formazione, e per anni ha lavorato tra cucine, locali e rifugi. “Facevo quello che avevo sognato, ma a un certo punto mi sembrava di essere ai domiciliari”, racconta con un sorriso. “Sempre chiuso tra quattro mura, weekend compresi. La montagna la vedevo solo dalle finestre”. E così, quando ha sentito che gli mancava l’aria, è tornato alle sue origini. Ai prati dove da bambino aiutava i genitori allevatori, ai ritmi della natura, ai gesti lenti. E lì, tra il profumo dei fiori e il ronzio delle api, ha trovato una nuova strada.
Tutto è iniziato con venticinque alveari. “Mi affascinava questo mondo già da tempo,” spiega, “anche mio fratello ne aveva qualcuno per passione, e quando andavo a trovarlo rimanevo incantato. Così ho iniziato anch’io, prima per curiosità, poi per vera scelta di vita”. Come tanti nuovi apicoltori, all’inizio ha cercato di imparare tutto: corsi, manuali, video, conferenze. “Ho studiato tantissimo, ho letto di tutto, ho fatto tutti i corsi possibili,” ricorda. “Eppure, quando mi sono trovato davanti alle mie prime famiglie, mi sono accorto che non sapevo fare nulla. La teoria non basta. Ti serve il contatto, l’esperienza, la sensibilità di chi ha passato una vita a capire le api”.

È stato allora che ha conosciuto Carlo Olivero, uno dei maestri dell’apicoltura montana. “Con lui ho capito cosa significa davvero lavorare con le api: la pazienza, l’osservazione, il rispetto per i loro tempi. Mi ha insegnato a guardare prima di toccare, ad ascoltare prima di decidere.” È stata una gavetta vera, fatta di mani sporche di cera, di ore sotto il sole, di serate passate a rivedere gli errori. Da lì, lentamente, Alberto ha costruito un mestiere. Oggi gestisce circa trecento alveari, pratica l’apicoltura nomade e segue le fioriture dalla pianura all’alta montagna, spostandosi per produrre mieli puri e diversi a seconda delle altitudini e delle stagioni. Nasce così la piccola azienda montana Alpicoltura Alpi Mel (https://www.instagram.com/apicoltura_alpimel ). I suoi mieli nascono quasi sempre in quota: tarassaco, rododendro, tiglio, castagno, acacia, millefiori d’alta montagna. “Ogni zona ha il suo profumo,” spiega. “Il miele di montagna è più complesso, cambia ogni anno. È come il vino, dipende da mille fattori.”

I suoi alveari vivono un ciclo naturale, senza forzature, e i mieli non vengono microfiltrati né scaldati: “Li estraggo a freddo, per non alterare le proprietà naturali.” Perché il miele, per Alberto, non è un prodotto industriale, ma “una creatura viva” che cambia colore, odore e densità con il tempo. Accanto ai mieli tradizionali, Alberto produce anche una crema di miele e nocciola IGP: settanta per cento miele, trenta per cento nocciole tostate.

“È una coccola,” dice con orgoglio. “Si può usare per dolcificare il caffè, sul pane, sulle crêpes. È la mia idea di colazione felice.” Nel suo piccolo laboratorio di Vernante, il profumo di miele e nocciola si mescola all’odore del legno e della cera. Non butta via nulla: dalla propoli al polline, dalla pappa reale alla cera, tutto trova una nuova forma. “Cerco di utilizzare tutto ciò che l’ape mi regala,” spiega. “È un ciclo perfetto, e ogni prodotto ha il suo valore.”
La melata, uno dei mieli più particolari che produce, la cita solo di sfuggita, come farebbe chi non ama mettersi in mostra. “È diversa dagli altri mieli,” spiega, “perché non viene dai fiori, ma dalla linfa delle piante. È ricca di sali minerali, di ferro e magnesio. È un miele che sa di bosco, di liquirizia e di resina.” Un miele forte, come la sua montagna. Ma Alberto non si perde nei tecnicismi: preferisce parlare di fatica, di tempo, di stagioni che cambiano.


“Il clima ormai è irregolare, le api lo sentono prima di noi,” racconta. “Negli ultimi anni ho visto cambiare tutto: primavere che non arrivano, piogge continue, inverni senza neve. Noi in montagna produciamo miele da aprile a luglio: se piove, se fa freddo, se le fioriture saltano, si perde la stagione”. Eppure lui non molla. Sorride, scuote la testa, dice solo: “Le api insegnano la pazienza. Ti obbligano ad accettare che non puoi controllare tutto.”


Per lui lavorare in montagna è una scelta di vita, prima ancora che di lavoro. “Quando ho aperto qui, a Vernante, tanti negozi avevano chiuso. Volevo creare qualcosa che restasse, una nuova attività per il mio paese” Oggi, oltre a vendere i suoi mieli, accoglie turisti e curiosi nel suo piccolo punto vendita, racconta le api, fa vedere come si lavora, perché laboratorio e punto vendita sono la stessa cosa. “Mi piace spiegare cosa c’è dietro un vasetto di miele,” dice. “Perché molti pensano che basti comprare le arnie e aspettare. Ma dietro ci sono formazione, fatica, e tanta cura.”

Negli ultimi anni, dopo la pandemia, ha visto cambiare anche il turismo. “La montagna è tornata di moda,” racconta, “ma serve educazione. Vedo gente che sale in ciabatte, senza rispetto per i luoghi. La montagna non è una cartolina, è viva, va capita e rispettata”. Per lui, il futuro della montagna passa da chi decide di viverla davvero, non solo di fotografarla. “Chi resta qui deve avere coraggio, ma anche pazienza. E la pazienza, per fortuna, è qualcosa che le api sanno insegnarti bene.”
Oggi Alberto guarda avanti. Il suo sogno è lavorare sempre più sulla selezione genetica delle api, per renderle resistenti ai cambiamenti climatici e alle malattie. “Vorrei migliorare la razza delle regine, renderle più forti, più adattabili. È un lavoro lungo, che forse non finirà mai, ma è la mia sfida”. Una sfida fatta di passione, ricerca e amore per un equilibrio fragile, quello tra uomo e natura.
Le api sono maestre di vita. Lavorano insieme, non sprecano niente, e non smettono mai di cercare il fiore giusto. In questa frase c’è tutta la sua storia: quella di un uomo che ha scelto di tornare dove tutto è iniziato, tra i fiori, il vento e il miele che sa di montagna.
E forse è proprio questo il segreto della felicità: tornare dove si sente il rumore giusto. Quello delle api, del legno, del vento tra gli alberi. Il rumore della vita vera. Per maggiori informazioni https://www.facebook.com/ApicolturaAlpiMelVernante.
Cinzia Dutto, scrittrice cuneese, ama definirsi una cacciatrice di storie, racconta di storie persone speciali, scelte differenti, montagna e buon vivere.
Gira la provincia alla ricerca di vite uniche e particolari.
Cinzia ha un profilo instagram https://www.instagram.com/cinzia_dutto_fanny e un sito dove puoi trovare il riferimento a tutte le sue pubblicazioni www.cinziadutto.com














