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Attualità | 30 giugno 2022, 09:28

Al Caffè Letterario di Bra si legge “Storia di Africa e prigionia. Lettere 1938-1946” di Massimo Ombrello

A tu per tu con l’autore della raccolta epistolare, che racconta una fetta di storia del Novecento da chi l’ha vissuta

Al Caffè Letterario di Bra si legge “Storia di Africa e prigionia. Lettere 1938-1946” di Massimo Ombrello

Avete mai pensato di raccogliere in un libro tutte le lettere che avete ricevuto dalla persona a cui volete bene?

Lettere che crepitano nelle mani ansiose di stringere subito tra le dita i fogli fitti di parole, di una storia che si dipana, missiva dopo missiva, sotto gli occhi del trepidante destinatario.

Ecco, sulla scia di questa suggestione, abbiamo appena scoperto un bellissimo libro. Si tratta di “Storia di Africa e prigionia. Lettere 1938-1946”, scritto da Massimo Ombrello e pubblicato dall’editore Paolo Fusta. La prefazione è di Sergio Soave.

L’operazione che l’autore ha compiuto con questo volume è davvero incredibile, una raccolta epistolare di grande impatto emotivo, valida persino come documento storico. Oltre 300 lettere in cui il padre Mario Ombrello consegna un diario (lungo sette anni) di una vita immersa in un tempo che prima si mostra propizio e poi lo precipita nella più grande tragedia del Novecento: la guerra.

C’è così tanto in questo libro che avrete bisogno di qualche giorno per arrivare all’ultima pagina. Un’opera che cambia forma, che sorprende, che emoziona, che pone tantissime domande. Il Caffè Letterario di Bra ha incontrato l’autore per conoscere meglio la sua storia, fatta di tante storie dalle quali abbiamo solo da imparare. Cominciamo dall’inizio.

Chi è Massimo Ombrello?

"Ho 67 anni, ho vissuto a Bra, città di origine di mio padre, fino all’età di 33 anni, quando mi sono sposato e mi sono trasferito a Saluzzo, dove vivo tuttora per una quota dell’anno, ma la maggior parte della mia vita si svolge a Crissolo, dove insieme a mia moglie gestiamo un bed and breakfast. Sono in pensione dal 2016, dopo aver lavorato per lungo tempo nel settore assicurativo, come ispettore di direzione. Dal 2014 ho ricoperto la carica di consigliere comunale a Crissolo e, dall’ottobre 2021, sono assessore, attività molto impegnativa, ma stimolante. Sono appassionato di montagna in tutti i suoi aspetti; altre mie grandi passioni sono la musica classica e la lettura. Il mio rapporto con la scrittura non è facile, non mi posso considerare uno scrittore, sono sempre piuttosto critico nei miei confronti. Mai avrei immaginato che un giorno avrei pubblicato un libro, ma a volte l’entusiasmo aiuta a superare quelli che crediamo i nostri limiti. Al momento non vedo un seguito a questo lavoro, ma mai dire mai".

Il suo libro è una raccolta epistolare che vede protagonista l’Africa, la prigionia e suo padre, che ha lasciato una traccia importante dietro di sé, come e perché ha deciso di raccontare questa storia?

«Tutto è nato in modo casuale. Quando è mancata mia mamma, nel 2012, svuotando la casa in cui viveva, mi è capitato in mano un pacco di lettere, di cui ignoravo l’esistenza, ma che mia madre aveva custodito amorevolmente, alle quali in un primo momento non ho prestato attenzione. Successivamente, ne ho lette alcune e sono rimasto affascinato dall’interesse che suscitavano. Così ho deciso di ordinarle e trascriverle. È stato un lavoro molto impegnativo: oltre 300 lettere difficili da interpretare, dalla grafia sbiadita, spesso impressa su fogli di fortuna, considerando le condizioni nelle quali erano state scritte. Terminato il lavoro, mi sono reso conto di avere tra le mani un documento prezioso. A quel punto ho deciso di fare degli approfondimenti storici, cercando in varie biblioteche testimonianze di quel periodo e di quei luoghi, ma mi sono reso conto che il materiale pubblicato era ed è molto scarso. Piano piano ho preso coscienza del fatto che sarebbe stato importante mettere a disposizione del pubblico questo epistolario per una testimonianza autentica, non viziata da interpretazioni o dalla memoria".

A quali vicende storiche si fa riferimento nel libro?

"Il periodo è compreso tra il 1938 ed il 1946, il periodo del colonialismo. Nella prima parte è ambientato in Etiopia, dove mio padre si era trasferito insieme ad alcuni amici per iniziare un’attività molto promettente, che oggi definiremmo di import/export di varie merci. Allo scoppio della guerra, nel 1941, viene fatto prigioniero degli Inglesi e recluso in campi di prigionia, prima in Kenya, poi in Scozia, fino alla fine del 1945, quando viene liberato".

Chi l’ha supportata nella stesura di questo libro e da chi le sono arrivati i primi feedback?

"Un grande sostegno l’ho ricevuto da mia moglie e da mia sorella, che leggendo la prima bozza, l’hanno trovata molto coinvolgente, nonostante gli argomenti trattati. Un caro amico, il professor Gian Antonio Gilli di Torino, autore di numerose pubblicazioni, mi ha spronato ad andare avanti, dandomi preziosi consigli su come impostare il libro per facilitarne la lettura. Infine l’editore Paolo Fusta, che ha trovato la bozza di grande interesse e meritevole di pubblicazione".

C’è un grande lavoro dietro questa raccolta di lettere, quanto tempo ci è voluto per scrivere questo libro?

"La trascrizione delle lettere, come detto, è stata piuttosto difficoltosa e ha richiesto alcuni mesi di lavoro. È stato poi particolarmente complesso e lungo scegliere le parti meritevoli di essere inserite nel libro, omettendo ripetizioni o parti di carattere più personale, senza perdere il senso della narrazione. È stato un lavoro di cesello molto attento".

Qual è stato l’elemento di maggior difficoltà riscontrato nel dare vita a questa opera?

"È stato impegnativo inquadrare correttamente le vicende nel giusto contesto. Questo per la quasi totale mancanza di notizie relative alla vita in quel periodo in Etiopia e nei campi di prigionia degli Inglesi. Il tutto nonostante abbia effettuato approfondite ricerche presso biblioteche, o testi in commercio".

Rivivere tutte le tappe dell’esperienza di suo padre, dalla prima all’ultima lettera ha lasciato un segno?

"Indubbiamente, mi ha aperto gli occhi su un periodo della vita di mio padre di cui poco conoscevo, dal momento che non ne parlava volentieri, se non in rari momenti. L’esperienza della guerra e della prigionia lo aveva segnato profondamente; ricordo che quando ero bambino mio padre aveva frequenti incubi notturni".

Qual è il filo rosso che lega tutte le pagine del libro?

"La grande lezione di vita che traspare dalla lettura del libro è, a mio avviso, un grande senso di ottimismo nel vedere sempre il lato positivo in ogni circostanza, anche nei momenti più bui, cosa che lo ha sicuramente aiutato a sopravvivere psicologicamente a quell’esperienza. Questo penso sia un aspetto importante che il lettore può cogliere e che coloro che hanno avuto modo di leggere il libro mi hanno confermato".

Il libro è popolato da molteplici lettere. Quale, tra tutte, sente particolarmente significativa? E perché?

"Quelle relative all’ultimo periodo, quando l’attesa per il rimpatrio diventava sempre più incerta".

C’è un viaggio molto sentimentale tra queste pagine, quanto le pesa l’assenza di suo padre?

"Dopo la lettura delle lettere mi sono rimaste molte domande, che purtroppo non trovano risposta, mancando, ormai da molti anni, la sua presenza. Certamente oggi vedrei con altri occhi la sua personalità"

Se avesse ancora la possibilità di parlare con suo padre, quale sarebbe l’ultima sua domanda? E che messaggio vorrebbe lasciargli?

"Mi piacerebbe farmi raccontare il momento in cui è ritornato a casa, l’incontro con i familiari dopo tanti anni. Gli manifesterei una grande ammirazione per aver sopportato così a lungo le privazioni e le difficoltà della guerra e della prigionia, mantenendo inalterata la positività del suo carattere".

C’è un messaggio in sottofondo che vuole dare attraverso questo libro?

"Il messaggio che, a mio avviso, traspare dalla lettura del libro è di grande attualità in questo difficile periodo: l’insegnamento a non abbatterci mai e a sforzarci di essere ottimisti anche nei momenti più brutti. Personalmente ho fatto tesoro di questo".

Ci dia tre motivi per cui dovremmo leggere il suo libro.

"Conoscere come si viveva in quegli anni in quella parte dell’Africa prima della guerra, come si ingegnavano i prigionieri nei campi di prigionia per cercare di passare al meglio il tempo, e poi non abbandonarsi mai al pessimismo, anche nei momenti più bui, ma vedere sempre uno spiraglio di luce".

Silvia Gullino

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