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Cronaca | 05 ottobre 2021, 15:44

Caporalato a Saluzzo, prosegue il processo. In aula le voci dei braccianti e dei sindacati

Sette i soggetti sui banchi degli imputati. Almeno 19 i lavoratori che per la Procura avrebbero ricevuto una paga oraria inferiore a 5 euro. Secondo l’accusa dietro l’organizzazione si sarebbe celato un vero e proprio sistema, coi braccianti che in caso di controllo dovevano fingere di non capire e comunicare un orario di lavoro falso

Immagine di repertorio

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È proseguito in tribunale a Cuneo il processo sul fenomeno del caporalato nel Saluzzese. Un procedimento che prende le mosse dall’indagine avviata nel luglio 2018 e che un anno dopo portò in carcere un cittadino originario del Burkina Faso (dal suo soprannome il titolo dato all’indagine: Momo): ex lavoratore che secondo l’accusa, in combutta coi titolari di due aziende, una frutticola a Lagnasco e una di pollame a Barge, imputati anch’essi, avrebbe recuperato manodopera tra gli stagionali che ogni anno giungono sul territorio per la raccolta della frutta.

Nelle due aziende, in fase di indagini, erano stati scoperti braccianti agricoli, i cosiddetti stagionali, regolarizzati in modo parziale, sfruttati in modo costante e soprattutto programmato. Con contratti brevi e costantemente rinnovati, i lavoratori sarebbero stati chiamati a qualunque ora del giorno e della notte e spesso restavano nei campi a raccogliere frutta anche per 10/12 ore consecutive, anche se formalmente risultava ne lavorassero meno della metà ogni giorno. In 40 in una cascina, la cosiddetta ‘casa di Momo’, per cui veniva loro trattenuta una parte della paga, in condizioni igieniche precarie. Se avessero avuto freddo e voluto una stufa, avrebbero dovuto ancora pagare. Alcuni di loro di giorno raccoglievano la frutta a Lagnasco, a partire dalle otto del mattino fino a tardo pomeriggio con una pausa pranzo. Poi, la sera, si recavano nell’azienda di pollame di Barge.

Dietro all’organizzazione, secondo l’accusa, rappresentata dal pubblico ministero Carla Longo, si sarebbe celato un vero e proprio sistema: braccianti addestrati e muniti di bigliettini in caso di controllo, fingendo spesso di non capire, dovevano dire che lavoravano da pochi mesi e comunicavano un orario di lavoro falso. Almeno 19 i lavoratori sfruttati, sostiene la Procura, che avrebbero ricevuto una paga oraria inferiore a 5 euro. Due di loro si sono costituiti parti civili, insieme alla Cgil e alla Flai (federazione lavoratori agro industria) Cgil.  

Nell’ultima udienza tenutasi, sono state ascoltate le voci di alcuni dei braccianti, assistiti da un’interprete: “Ho iniziato a lavorare per la ditta a Lagnasco nel 2012, con contratto semestrale, fino al 2019. Io mi interfacciavo con Momo, perché era l’unico a capire l’italiano. La mia giornata lavorativa iniziava alle 8 fino alle 17/17.30. Avevo una pausa di un’ora dalle 12 alle 13. Lavoravo tutti i giorni, ma mai la domenica, ogni tanto il sabato. Gli orari venivano annotati su un foglio a fine turno. Le segnavo io. Venivo pagato 5,50 euro l’ora. Il pagamento veniva effettuato mensilmente in parte con bonifici bancari e in parte in contanti. Sono stato ospite nella cascina di Lagnasco e dal mio salario venivano scalati dai 20 fino ai 50 euro per il riscaldamento o il gas. Lo sapevo. Me lo dicevano”.  

“Ho iniziato a lavorare tramite Momo. La mattina lavoravo nei campi di frutta per 7 euro l’ora e la notte raccoglievo i polli. Qui ero in nero – ha riferito un altro testimone –. I soldi mi venivano dati mensili, ma nell’azienda di Barge venivo pagato in contanti da Momo. Era un’attività notturna quella della raccolta dei polli. L’orario non era fisso perché dipendeva da quanto lavoro c’era. Iniziavo più meno all’1 di notte. Ci spostavamo sempre con il furgone. Per quel lavoro c’erano delle condizioni: i capi pagavano Momo in contanti e lui si teneva la parte che considerava giusta per sé, perché ci aveva trovato l’occupazione, e il resto lo divideva per noi. Momo sul nostro salario prendeva dai 50 agli 80 euro. Io prendevo circa 500/600 euro, dipendeva dai periodi. L’altro lavoro che mi aveva trovato era la raccolta delle pesche. Non mi hanno mai fornito misure di protezione né per la frutta, né per la raccolta dei polli. Usavo quello che avevo. Raccolta della frutta veniva fatta con macchinario che guidavamo io e un mio amico, ci alternavamo. Non avevo nessun patentino e nessuno me l’ha chiesto. Guidavano tutti, anche gli altri colleghi.”


In aula anche i sindacati Cgil e Flai Cgil, parti civili: “Attraverso l’attività di ‘sindacato di strada’ ho conosciuto due lavorati delle aziende interessate – ha raccontato un sindacalista -. Mi avevano raccontato che venivano pagati 50 euro e parte del compenso veniva trattenuto. La ‘logica’ è pagare per lavorare. Inoltre c’era una corresponsione irregolare della retribuzione. Uno di loro mi aveva detto che dava soldi a un suo amico, Momo. Si sono rivolti a noi perché una nostra collaboratrice era andata a fare alcune pratiche presso le due aziende coinvolte. Solo uno di loro mi aveva detto di aver pagato il caporale. Il fatto che le giornate di lavoro dichiarate non corrispondessero alla realtà effettiva è collegabile al fatto che, se sulla busta paga non sono riportate più 102 giornate di lavoro, il bracciante non prende la disoccupazione. La nostra collega, quando è andata sul posto, aveva notato un atteggiamento ambiguo da parte di Momo. I lavoratori chiedevano insistentemente perché dovessero restituire le trattenute. Per loro ‘ricompensare’ il caporale era un dovere. Nella loro ottica pagare per lavorare è giusto”.

La testimonianza di un’operatrice Cgil: “Un lavoratore ci riferì che non accedevano ai servizi dei sindacati perché avevano timore di ripercussioni sul lavoro.”


L’udienza è stata aggiornata per prosieguo.

CharB.

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