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Cronaca | 19 febbraio 2021, 19:08

Pena ridotta a 14 anni per il macellaio di Govone che uccise la moglie

A quasi tre anni dal delitto consumato in una villetta di Canove un verdetto che fa discutere

Le indagini sulle morte della donna si indirizzarono presto al marito, all'epoca dei fatti 58enne

Le indagini sulle morte della donna si indirizzarono presto al marito, all'epoca dei fatti 58enne

Tredici anni per aver ucciso la moglie (contro i 16 inflitti in primo grado), un anno (erano due) per la simulazione di reato intentata con l’intenzione di sviare da sé le indagini.
Col verdetto arrivato al termine dell’udienza celebrata mercoledì 17 febbraio la Corte d’Assise d’Appello di Torino ha ridotto a complessivi 14 anni di carcere, contro i 18 della sentenza di primo grado emessa ad Asti nel novembre 2019, la pena per omicidio volontario comminata nei confronti di Arturo Moramarco, macellaio in pensione, oggi 60enne, accusato di avere ucciso la moglie Roberta Perosino nell’abitazione della coppia a Canove di Govone.

I fatti risalgono al 26 giugno 2018. In quella mattinata l’uomo aggredisce la donna al culmine dell’ennesima lite provocata dall’abitudine di lui al gioco. La donna, che aveva 53 anni ed era operaia alla Ferrero di Alba, aveva scoperto un nuovo ammanco dai risparmi di famiglia: altri 500 euro prelevati dall’uomo e finiti nel nulla, che si andavano ad aggiungere ai circa 20mila che l’uomo si era speso tra slot machine e macchinette nel giro di pochi mesi.

L’alterco finisce con la morte della donna, che i successivi rilievi autoptici accerteranno essere stata indotta da soffocamento. L’uomo però chiede aiuto al 112 e, messa a soqquadro la casa, di fronte ai Carabinieri  avanza l’ipotesi di un malore di cui la donna sarebbe stata vittima dopo essersi imbattuta in alcuni ladri in fuga dalla villetta. Una ricostruzione che reggerà il tempo dei primi accertamenti. Quindi la confessione e l’ammissione dello strangolamento (la Procura parlerà invece di un cuscino), anche se Moramarco ha sempre sostenuto la circostanza di un’azione i cui effetti sarebbero andato oltre le intenzioni.

Una tesi – quella dell’omicidio preterintenzionale – che i giudici non hanno finora ritenuto di accogliere. Non lo avevano fatto in primo grado e non lo hanno fatto neppure ora, con l’appello, anche se, al netto di alcuni tecnicismi messi in campo della difesa sul fronte delle attenuanti, la pena particolarmente mite su cui si fonda l’ultimo verdetto sembra riflettere qualche incertezza nelle convinzioni di giudice e giurati, considerata la gravità di un reato che non di rado porta all’applicazione del massimo della pena prevista dal Codice: trent’anni.

A insinuarli il difensore dell’uomo, l’avvocato astigiano Marco Calosso, convinto che la ricostruzione dell’accusa presenti profili non così univoci, mentre parte della riduzione sarebbe da ascrivere a tecnicismi sulle attenuanti messi in campo dal legale, accontentato anche in un’ulteriore richiesta: l’esclusione della sorella della donna dalla costituzione di parte civile riconosciuta invece in primo grado (in quella sede con la disposizione di una provvisionale da 5mila euro e l’accollo delle spese legali). Perché, spiega Calosso, "nelle indagini difensive abbiamo appurato come mancasse quel rapporto di affettività che rappresenta la condizione principale di questo riconoscimento".

Di più si saprà tra 60 giorni, termine per il deposito delle motivazioni, dopodiché accusa e difesa valuteranno il ricorso in Cassazione.

Nel frattempo l’uomo rimane agli arresti domiciliari nella sua abitazione, dove è confinato anche per effetto delle misure anti Covid. Non è inverosimile che, considerate le tempistiche di un’eventuale ricorso alla suprema corte, vi possa arrivare a un passo dalla metà della pena, quando cioè potrà avere accesso a benefici di legge come la semilibertà.

Ezio Massucco

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