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Scuola e corsi | 20 gennaio 2021, 12:08

La lettera di Elena, universitaria di 22 anni: "Da più di 10 mesi... siamo una schiera di invisibili"

Siamo diventati degli zombie in pigiama e vestaglia che si nutrono di lezioni asettiche e passano giornate intere davanti allo schermo di un computer senza nessun contatto umano

La lettera di Elena, universitaria di 22 anni: "Da più di 10 mesi... siamo una schiera di invisibili"

Attraverso gli occhi di una ragazza di 22 anni. Arriva da una studentessa iscritta all’Università di Torino il desiderio profondo di scrivere, raccontarsi e comunicare, in questo non facile periodo.

Cosa ci spinge a voler comunicare? Nell’urgenza vitale che racchiude io credo ci siano innumerevoli, forti e profonde emozioni, a volte anche contrastanti.

Elena ha 22 anni ed è una giovane studentessa iscritta all’Università di Torino. La passione per la storia che fin da piccina le fa brillare gli occhi, si è trasformata in scelta. Da parte sua queste parole, rivolte a chiunque si trovi ora ad aver aperto questo articolo. Mi racconta che è la prima volta che riesce ad esprimere le sue emozioni, a farlo così profondamente ed attraverso la scrittura.

C’è chi come lei è studente universitario, chi non lo è stato o chi lo sarà. Chi per età o esperienza si immagina troppo lontano. L’incontro vero, però, non prevede uguaglianza ed è forse per questo che, nell’intimo sentire, ognuno poi può trovare sempre anche qualcosa di sé, di inaspettatamente vibrante.



"A Te che stai leggendo,

mi chiamo Elena e sono una universitaria, come migliaia in questo Paese. Ti scrivo per farti conoscere il mio stato d’animo, nella speranza che le mie parole arrivino a più persone possibili e magari smuovano un po’ gli animi. Oggi il mio ennesimo amico mi ha detto che rinuncia agli studi. Nei mesi scorsi ho assistito inerme a questa moria di “soldati” caduti sul campo di battaglia dell’Università. Ho sentito l’ennesimo “lascio perché sto attraversando un momento personale difficile” ecc. Posso dirti la verità? Tolte le persone che hanno dovuto rinunciare per motivi economici, alle quali va tutta la mia stima e il mio rispetto, le altre giustificazioni sono solo scuse. Da marzo a oggi tutti, e dico tutti, abbiamo messo in discussione le nostre vite. Abbandonati a noi stessi, anche i più forti e i più tenaci si sono chiesti: “ma sto veramente facendo la cosa giusta?”. La triste e cruda realtà è che, da più di dieci mesi, siamo una schiera di invisibili. Anzi, no, non siamo poi così invisibili, ebbene, noi siamo i responsabili degli assembramenti, della movida, delle feste clandestine; siamo la causa dei contagi dei nostri nonni (perché, a quanto sembra, i nipoti contagiano, mentre, gli assembramenti alla bocciofila no); siamo i colpevoli del dilagare silenzioso di questo accidenti di virus. Immuni o quasi ormai, per i media e l’opinione pubblica, noi siamo solo il veicolo di trasmissione del COVID-19, siamo “i giovani della movida di Ferragosto (che poi io a Ferragosto stavo studiando per la sessione di settembre, ma chi aveva il tempo di fare movida?)”.

Ti posso dire la mia? Io sono stufa ed esausta di sentire i nostri politici litigare su banchi a rotelle, sul rientro a scuola (si riprende il 7, no l’11, va beh il 18…tombola!) e chi più ne ha più ne metta. Ovviamente l’Università resta sempre la grande assente da questo dibattito, come ha scritto Enrico Mentana: “Università non pervenuta”. La mia domanda è: “ma qualcuno si è veramente chiesto come stiamo?”. Lottiamo giorno e notte con il senso di colpa tra quello che vorremmo fare: vivere la normale vita dei ventenni spensierati fatta di studio, amore, amicizie; e quello che è giusto fare, cioè morire dentro per tutelare i nostri cari. Siamo diventati degli zombie in pigiama e vestaglia che si nutrono di lezioni asettiche e passano giornate intere davanti allo schermo di un computer senza nessun contatto umano. La vita frizzante e stimolante dell’ambiente universitario non esiste più. Sai, durante la prima quarantena, ho rivisto in faccia molti dei miei compagni di corso a fine aprile durante un appello online. Da febbraio non avevo più visto molti di loro, con i quali, normalmente, scambiavo solo quattro chiacchiere tra una lezione e l’altra. Ci hanno chiesto di rinunciare a tutto: Università, amici, amore (non apriamo il capitolo delle relazioni a distanza tra regioni diverse perché ci sarebbe da ridere e parlo per esperienza personale), di mettere in pausa i nostri progetti e i nostri sogni. Ci siamo laureati dai salotti delle nostre case via Skype; abbiamo sostenuto le sessioni d’esame su Webex; abbiamo organizzato i lavori di gruppo su GoogleDuo; abbiamo fatto le tombolate di Capodanno su Meet; abbiamo intrattenuto relazioni sentimentali e di amicizia su Zoom; abbiamo festeggiato anniversari importanti su WhatsApp… Per il bene comune noi l’abbiamo accettato perché, in fondo, non siamo così irresponsabili come ci vogliono far credere. Ma ora io dico basta.

Chiedo che oltre ad affaccendarsi su come rubarsi le poltrone, qualcuno prenda una decisione ma una decisione saggia, per farci tornare a una pseudo normalità nel rispetto delle norme. Siamo stufi di questa incertezza, stanchi di dover fare sacrifici senza vedere risultati e senza vedere una luce in fondo al tunnel, amareggiati di essere ritenuti la fetta di popolazione psicologicamente sacrificabile, arrabbiati di essere sempre considerati invisibili, esausti che decidano gli altri chi possiamo vedere e chi possiamo amare. Insomma, non ce la facciamo più a vivere senza speranza. Abbiamo il dovere e la responsabilità di tutelare il nostro passato, gli anziani. Ma noi siamo il futuro di questo Paese, dobbiamo tornare a vivere il presente e non solo limitarci a sopravvivere chiusi nelle nostre stanzette in attesa di un futuro migliore, perché quel futuro siamo noi!".

Beatrice Condorelli

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