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Curiosità | 25 ottobre 2020, 10:30

Il Covid "storicizzato", tra normalità vecchia e nuova - Dylan Dog #88, "Oltre la Morte"

Il Covid è indubbiamente qualcosa che – anche solo per le sue conseguenze a livello economico e sociale – i nostri figli e nipoti studieranno sui libri di scuola. Ma per “storicizzare” il virus servirà ancora del tempo, tutto quello necessario a ciascuno di noi per prendere atto del fatto che, alla normalità precedente, è probabile non si torni proprio più

Una vignetta dal numero 88 della serie "Dylan Dog"

Una vignetta dal numero 88 della serie "Dylan Dog"

“Oltre la Morte” è il numero 88 della serie regolare del fumetto italiano “Dylan Dog”. La storia presente nell’albo è stata sceneggiata da Tiziano Sclavi a partire da un soggetto di Mauro Marcheselli, e disegnata da Marco Soldi.

Bree Daniles, prostituta un tempo salvata da Dylan Dog e con cui l’indagatore dell’Incubo ha stretto un legame affettivo particolarmente stretto, sta morendo di AIDS; per salvarla, Dylan decide di stringere un patto con la morte: lui le conferirà un’altra vita, tranne la sua, e lei in cambio salverà Bree. La Triste Signora accetta, ma quello che ha realizzato Dylan è un accordo che faticherà a portare a compimento…

Alcuni l’avevano predetta, e sicuramente molti degli “addetti ai lavori” se l’aspettavano, in varie possibili gradazioni di gravità. Altri, invece, hanno sempre preferito non pensarci, un po’ per ottimismo, un po’ per spirito di sopravvivenza, un po’ per ingenuità e un po’ per ignoranza.

Parlo, ovviamente, della “seconda ondata” del Coronavirus Covid-19, che ormai da qualche settimana l’intera nazione ha iniziato ad affrontare. Contagi in robusta risalita, sempre più tamponi effettuati e sempre più quelli da effettuare, gli ospedali e le terapie intensive che – seppur con un’incidenza nettamente minore – riprendono a riempirsi. Il virus circola senza controllo, e a fronte di una mortalità apparentemente più bassa, lo fa con molta più libertà rispetto allo scorso marzo: il sistema sanitario nazionale e l’intera società saranno presto richiesti di realizzare un nuovo, importante, sforzo di sopportazione e impegno.

Qualche giorno fa il curatore della serie a fumetti di “Dylan Dog”, il celebre (e, spesso, discusso) autore Roberto Recchioni, ha pubblicato sulla propria pagina Facebook una riflessione chiedendo se i lettori del fumetto – categoria che comprende praticamente tutti i follower del profilo stesso – desiderassero o meno l’introduzione delle tanto vituperate e dibattute mascherine. Oltre a, ovviamente, promuoverne l’utilizzo nella quotidianità – ha poi sostenuto Recchioni, anche in successivi messaggi e post a commento - , aiuterebbe a rendere reale e contemporanea la storia stessa.

Un concetto interessante. E in parte assolutamente realistico visto che ci siamo, tutti, in questa situazione terribile, e ogni possibile ingranaggio di questa gigantesca macchina di nuovo più lenta di quanto dovrebbe è allo stesso tempo in una situazione di pericolo e di responsabilità. Proprio per questo Recchioni cita il numero 88 della testata di cui è coordinatore, che negli anni ‘90 parlava dell’AIDS senza alcun filtro, regalando a noi lettori un albo semplicemente commovente.

La domanda, quindi, diventa questa: ha senso che il Covid-19 entri a far parte della produzione narrativa “pop”, sia essa legata al fumetto, al cinema o alla letteratura?

È una domanda che guarda lontano, più lontano di quanto si riesca a fare noi nell’immediato. Perché è questa, credo, la differenza tra l’impatto “mediatico” del Covid-19 e dell’AIDS: che tra il salto della malattia dallo scimpanzé all’uomo e il suo riconoscimento ufficiale parrebbero esser passati 42 anni, cioè quelli intercorsi tra l’inizio del XX° secolo e il 1951. E la prima pellicola con al centro la tematica dell’AIDS è datata 1985.

Il Covid è indubbiamente qualcosa che – anche solo per le sue conseguenze a livello economico e sociale – i nostri figli e nipoti studieranno sui libri di scuola. E viviamo certamente in un mondo molto più rapido a digerire l’informazione di quanto non fosse quello del secolo scorso. Ma per “storicizzare” il virus servirà ancora del tempo, tutto quello necessario a ciascuno di noi per prendere atto del fatto che, alla normalità precedente, è probabile non si torni proprio più.

simone giraudi

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