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Attualità | 15 ottobre 2020, 15:27

Concorrenza sleale nel mondo della nocciola: il Piemonte lancia il suo grido d'allarme con "Né tonda, né gentile"

Il documentario, firmato da Stefano Rogliatti, racconta le condizioni lavorative in Turchia, Paese che assorbe il 70% della produzione mondiale e che schiaccia l'eccellenza della nostra regione

La locandina del documentario promosso dall'associazione agricola

La locandina del documentario promosso dall'associazione agricola

Se davvero fosse soltanto un film, la trama sarebbe di quelle che non garantiscono un lieto fine e che, nel dubbio, lasciano comunque l'amaro in bocca a chi sta in platea. Ma "Né tonda né gentile" non è un film: è un documentario di denuncia realizzato da Stefano Rogliatti, che Coldiretti Piemonte ha voluto presentare a Torino per denunciare la grande difficoltà che attanaglia il mondo della produzione regionale di nocciole.

Una condizione che vede, numeri alla mano, il 70% della produzione mondiale di questo frutto in guscio realizzarsi in Turchia, in condizioni di lavoro al di fuori di quelle regole che da noi sarebbero la normalità. Una quota che finisce per schiacciare quel 12% che rappresenta invece la "fetta" italiana. E di questa, l'importante porzione piemontese.

Le cifre parlano di una Turchia che, nel solo 2019, ha esportato le nocciole in 121 Paesi per circa 320mila tonnellate con un reddito di oltre 2 miliardi di dollari. L’Italia è al primo posto tra i Paesi importatori facendo arrivare circa 84mila tonnellate di nocciole turche con un valore di 548 milioni di dollari, seguita dalla Germania, leader degli ultimi 9 anni (73.476 tonnellate) e la Francia (22.719 tonnellate).

"Dare voce a chi voce non ha mi fa credere nella mia professione, necessaria e utile sempre. Questa volta il viaggio mi ha portato in Turchia sulle coste del Mar Nero, nella capitale della produzione di nocciole - spiega Rogliatti -. Qui nel mese di agosto arrivano più di 350000 lavoratori stagionali. A vederli da lontano sembrano persone serene, individui intenti a lavorare come tutti. Ma avvicinandomi inizio a scorgere che oltre agli uomini ci sono anche donne e minori tra gli alberi di nocciole, mani e ginocchia a terra 10 ore al giorno. Mi chiedono «secondo te ne vale la pena?». Non ho la risposta pronta, ma dentro di me penso proprio di no. Testimoniare e accendere i riflettori sulla situazione precaria e disumana di centinaia di migliaia lavoratori gratifica il mio impegno. È solo un pezzo del nostro mondo, ma drammaticamente situazioni simili non rimangono casi isolati”.

A livello nazionale, il Piemonte gioca un ruolo importante nello specifico ambito food con la nocciola Piemonte Igp, un'eccellenza del patrimonio gastronomico piemontese e, dal punto di vista organolettico, di elevata qualità con numeri importanti: 2000 aziende con 23mila ettari di superficie coltivata, per una produzione totale media di oltre 200mila quintali.  

“Dietro ai dolci che mangiamo c’è un lavoro molto rischioso, senza tutele, senza contratto e svolto in condizioni di sostanziale schiavitù: è questo ciò che emerge forte e chiaro dal documentario di Rogliatti e che deve far riflettere – spiegano Roberto Moncalvo presidente di Coldiretti Piemonte e Bruno Rivarossa delegato confederale -. La nocciola turca, che fa concorrenza sleale al fiore all’occhiello del Made in Piemonte, viene prodotta con metodi estremamente diversi e rischiosi per la salubrità del prodotto, ne sono un esempio i metodi di raccolta in climi particolarmente umidi e, ancora di più, i sistemi di essiccazione molto rudimentali praticati addirittura lungo le principali vie di comunicazione. In queste condizioni è sicuramente inevitabile la maggior possibilità di contaminazioni del prodotto finale. Oltre a tutto ciò, è vergognoso quanto vengano pagati i lavoratori: neanche 10 euro al giorno per intere giornate fino anche a 15 ore e senza garantire le minime necessità della vita quotidiana, oltre a non fornire nessuna tutela sanitaria e previdenziale. Abbiamo voluto portare alla luce, attraverso questo documentario, quello che spesso per comodo, solo di certe industrie, non si vuole far emergere, ma riteniamo – concludono Moncalvo e Rivarossa -  sia una denuncia necessaria per far comprendere ai principali acquirenti l’importanza di sostenere la nostra produzione attraverso un’equa remunerazione dei corilicoltori, del loro lavoro e dei valori racchiusi nel prodotto stesso”.

M.Sci

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