/ Cronaca

Cronaca | 14 ottobre 2020, 07:07

Bra, quando il cappuccino è avvelenato soprattutto da invidia e rivalità

Impiegata correggeva con l’ansiolitico la bevanda della rivale: condannata a quattro anni. La difesa: "In Appello smonteremo ogni circostanza. Molti i punti da chiarire"

Immagine di repertorio da Pixnio

Immagine di repertorio da Pixnio

“La nostra cliente è estremamente provata per questa pesantissima condanna. Lei ha sempre respinto ogni accusa e soprattutto non si capacita sul perché di questa storia così assurda che le sta rovinando l’esistenza. Naturalmente ricorreremo in Appello, contro la sentenza di primo grado”.

È questo il commento a caldo di Alberto Pantosti di Torino e Pietro Merlino di Bra, i due avvocati che difendono l’impiegata di 52 anni di Bra condannata dal tribunale di Asti a quattro anni di carcere perché, secondo l’accusa, per un lungo periodo di tempo avrebbe corretto il cappuccino di una collega con degli ansiolitici. Il movente sarebbe da ricercare nel timore della dipendente condannata di perdere il lavoro per un taglio del personale annunciato dall’agenzia assicurativa dove entrambe lavoravano.

Versando le benzodiazepine nella bevanda calda, la 52enne sperava che la rivale, imbambolata dai farmaci, potesse cadere in un errore e così, ad essere licenziata, sarebbe stata lei.

Tutto inizia tre anni fa, quando la vittima si accorge che i suoi malesseri - spossatezza, sonno improvviso, giramenti di testa, riflessi rallentati - si verificano solo dopo aver bevuto il cappuccino portato dalla collega in ufficio. Insospettita sporge querela nei confronti della collega che ogni mattina le porge la bevanda. I carabinieri durante le indagini, seguono la sospettata al bar, notando che prima di portare il vassoio in ufficio aggiungeva qualcosa in una delle tazzine. La prova principale portata dall’accusa - sostenuta dal pm Donatella Masia - è però l’esame su un campione di cappuccino che la vittima aveva fatto analizzare quando aveva iniziato a sospettare che quella fosse la causa dei suoi mali. La bevanda esaminata conteneva quantità elevatissime di benzodiazepine.

Circostanze e prove che i due legali intendono smontare in sede di Appello. A partire da quella che viene considerata la prova regina, ossia l’analisi del cappuccino avvelenato. “Nella bevanda analizzata - spiegano i difensori - è stato trovato il corrispettivo di 180 gocce o nove pastiglie di Tavor. Una dose massiccia che avrebbe dovuto far addormentare immediatamente la vittima. Ma non è stato così. Inoltre per sciogliere quella quantità di farmaco in una bevanda ci vuole un tempo maggiore di quello impiegato lungo il tragitto che dal bar porta all’ufficio”.

La linea difensiva smonta anche quello che, secondo l’accusa, è il movente dell’avvelenamento: i titolari dell’assicurazione, dove lavoravano vittima e condannata, hanno spiegato in tribunale che all’epoca dei fatti non c’era nessun ridimensionamento del personale in vista, anzi l’intenzione era quella di assumere.

Nella linea difensiva portata avanti da Pantosti e Merlino ci sono anche molti dubbi sull’incidente che la vittima dice di aver avuto, andando a sbattere contro un muro in auto. Il sospetto, per l’accusa, è che gli ansiolitici possano aver influenzato la sua lucidità alla guida, mentre per la difesa ci sono molti passaggi poco chiari su quel sinistro, come il fatto che la donna si sia recata in ospedale, da sola, a Savigliano e non a Bra, dove si sarebbe verificato l’incidente. “Inoltre - concludono gli avvocati - non ci risulta che ci sia una vettura danneggiata da un impatto così violento”.


NaMur

MoreVideo: le immagini della giornata

Ti potrebbero interessare anche:

Prima Pagina|Archivio|Redazione|Invia un Comunicato Stampa|Pubblicità|Scrivi al Direttore|Premium