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Attualità | 16 settembre 2020, 17:37

Travolta e uccisa alla festa del Cantè j’euv: la famiglia della giovane si rivolge alla Corte di Giustizia Europea

Nel marzo 2018 a Ceresole d’Alba l’incidente che costò la vita a una 29enne greca, in quei giorni ospite di un’amica torinese. La madre ora si oppone all’archiviazione disposta dal Tribunale di Asti nei confronti del 22enne che la investì: "L'Italia ci ha negato giustizia"

Un'udienza della Corte di Giustizia Europea (Ph. curia.europa.eu)

Un'udienza della Corte di Giustizia Europea (Ph. curia.europa.eu)

E’ destinata a non chiudersi con l’archiviazione decisa dal Tribunale di Asti la vicenda giudiziaria collegata al tragico fatto di cronaca che il 25 marzo di due anni fa, a Ceresole d’Alba, funestò la festa finale del "Cantè j’Euv Roero 2018".

Un appuntamento come sempre molto partecipato, quello organizzato dalle Pro loco della Sinistra Tanaro, che anche in quell’occasione vide migliaia di persone ritrovarsi per l’annuale rievocazione dell’antico rito pasquale.

Una serata che però, come molti lettori ricorderanno, in quell’occasione ebbe come tragico epilogo la morte di una giovane che, dopo aver partecipato all’evento di piazza, mentre in compagnia di alcuni amici faceva ritorno all’auto della comitiva, venne travolta e uccisa da una Fiat Punto che percorreva lo stesso tratto di strada prossimo al parcheggio allestito dagli organizzatori in frazione Cappelli.

A perdere la vita Argyro Frangouli, 29enne di nazionalità greca, che fino a poche ore prima di quel tragico incidente non conosceva nemmeno l’esistenza del luogo dove avrebbe incontrato il proprio destino.

Argyro viveva infatti a Barcellona, città nella quale dove aveva trovato lavoro dopo avervi da poco concluso un master in architettura tenuto dal locale Politecnico. Era giunta nell’Albese poche ore prima, insieme a Giulia, l’amica torinese della quale sarebbe stata ospite per alcuni giorni.

Il fato per lei avrebbe preso la forma della sagoma dell’auto spuntata dal nulla intorno alle 4 del mattino lungo la strada che il gruppetto di amici stava percorrendo per tornare alla propria automobile, prima di fare rientro a casa.

Alla guida un 22enne di origine albanese, da tempo residente in Granda. Il giovane non si sarebbe avveduto della presenza della ragazza, si giustificherà, l’avrebbe vista all’ultimo, come riproverebbe anche l’assenza di segni di frenata sull’asfalto. A nulla è purtroppo valso il suo tentativo di deviare all’ultimo la corsa del mezzo che guidava sterzando sulla sua sinistra: Argyro viene caricata dall’auto e trascinata per una trentina di metri. Quando lui riesce ad arrestarne la corsa è troppo tardi. Si ferma a soccorrerla, ma per lei non c’è più nulla da fare.

Lui – certificheranno le carte processuali – ha alle spalle un precedente: una sospensione della patente di guida per guida sotto l'influenza di sostanze. Quella sera però è in regola: non aveva bevuto, comproverà l’alcol test, e secondo la ricostruzione dell’episodio che verrà fatta dalla Procura non avrebbe avuto oggettive responsabilità nel provocare l’incidente. Non ha colpe perché non era per lui prevedibile che in quel contesto potesse improvvisamente trovarsi di fronte una persona, è in sostanza la tesi. Da qui la richiesta di archiviazione avanzata nel luglio dello scorso anno dal pubblico ministero presso il Tribunale di Asti Luciano Tarditi e accolta poco dopo dal Giudice per le Indagini Preliminari Alberto Giannone.   

"Una decisione alla quale ci siamo opposti in modo molto fermo. Secondo noi c’erano tutti i presupposti per procedere contro il conducente", dice invece al nostro giornale l’avvocato Lorenzo Sozio, il legale novarese incaricato dalla famiglia della giovane di rappresentarla in giudizio.
"Un simile fatto – prosegue l’avvocato – non può dirsi 'non prevedibile' a partire dal contesto: una strada per metà occupata da auto parcheggiate e percorsa anche da quanti, in quello stesso momento, stavano tornando a piedi verso i propri mezzi. Al punto che l’automobile dell’investitore era costretta a procedere al centro della carreggiata, a ridosso della linea di mezzeria. Purtroppo lo faceva a una velocità di 85 km l’ora: troppo, secondo noi, in quelle condizioni. Peraltro è vero che la strada non era illuminata, ma quel tratto era parzialmente rischiarato dalle luci di un vicino stabilimento, mentre a poca distanza vi era un attraversamento pedonale, arrivando in prossimità del quale il conducente avrebbe dovuto rallentare".

Contro l’archiviazione la legge italiana non ammette impugnazione, se non per errori procedurali. O a meno che non emergano nuovi e decisivi elementi di indagine. Ma qui nuovi elementi di merito non ce ne sono. La ricostruzione pare pacifica, diametralmente opposte sono piuttosto le interpretazioni che le parti danno di quanto accertato.

La famiglia della ragazza però non si rassegna. Recente la decisione di muoversi contro la giustizia italiana, promuovendo un ricorso che la famiglia ha promosso alla Corte di Giustizia Europea tramite il proprio avvocato greco.

Ad attenderne l’esito la signora Marianthi, madre della giovane, che chiede venga fatta altrove quella giustizia che in Italia è convinta le sia stata negata.
"Non mi dilungherò – ci scrive – su quanto la perdita di Argyro abbia influenzato psicologicamente la mia altra figlia e tutta la nostra famiglia, che sta vivendo una tragedia. Mi chiedo però come sia possibile che una simile decisione venga presa in un Paese governato da uno stato di diritto, come è l'Italia".

"Il sistema giudiziario italiano non ci consente alcuna altra azione legale per cercare giustizia rispetto alla perdita di nostra figlia", è il senso della sua protesta, nell’attesa che siano i giudici lussemburghesi a stabilire se davvero qualcuno ha sbagliato nel valutare quanto accaduto a Ceresole d'Alba in quella terribile notte nel marzo di due anni fa.

Ezio Massucco

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