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Politica | 30 agosto 2020, 11:00

Un test elettorale di fuoco per Zingaretti (Pd) e Salvini (Lega)

Il voto del 20 e 21 settembre chiama in causa le leadership dei due maggiori partiti. Il primo sconta una linea politica ondivaga e la mancanza di chiarezza nell’alleanza di governo coi 5 Stelle. Il secondo deve fare i conti con l’incalzare di Giorgia Meloni e la crescente inquietudine di governatori e dirigenti del Nord del suo partito

Un test elettorale di fuoco per Zingaretti (Pd) e Salvini (Lega)

Le elezioni regionali che interessano  sette Regioni (Liguria, Valle d’Aosta, Veneto, Toscana, Marche, Campania e Puglia) saranno un banco di prova anche per alcuni leader politici, in particolare per quelli di Pd, Nicola Zingaretti, e Lega, Matteo Salvini.

Leadership che fino a ieri sembravano solide, ma che ora rischiano di vacillare alla prova delle urne.

Se il Pd dovesse cedere posizioni, a partire da regioni tradizionalmente rosse come la Toscana, il fratello del commissario Montalbano, che pure era stato acclamato a furor di popolo nel dopo-Renzi, si vedrebbe costretto a fare un passo indietro.

Come del resto è sempre (o quasi) toccato ai suoi predecessori.

Una sconfitta del Pd e un eventuale, significativo smottamento del Movimento 5 Stelle metterebbe a dura prova la tenuta del governo Conte.

Inoltre, Zingaretti sconta la mancanza di chiarezza del partito sul referendum del taglio dei parlamentari, rispetto al quale il Pd procede in ordine sparso.   

Se il Pd cedesse e i 5 Stelle mantenessero le posizioni, è verosimile che si aprirebbe la strada al suo collega presidente dell’Emilia Romagna, Stefano Bonaccini in attesa di un eventuale congresso chiamato a riorientare la bussola del partito.

Con Zingaretti c’è un altro leader che trema, pur senza darlo a vedere, Matteo Salvini.  

La cavalcata che aveva portato la Lega dalle briciole del 4 per cento ai fasti del 30 per cento si è arrestata.

Salvini con la crisi di governo dell’agosto dello scorso anno si era giocata larga parte di credibilità, anche gli occhi dei suoi stessi uomini del Nord.

Nessuno dei suoi colonnelli ha finora alzato il tiro, ma il malumore cova sotto la cenere proprio a partire dalle Regioni in cui la Lega è forza di governo sin dai tempi in cui si chiamava ancora Lega Nord.

La fiducia nell’uomo del destino sta calando di pari passo ai sondaggi che in un anno dicono che il suo partito ha perso il 12%.

Salvini dovrà dunque guardarsi su più fronti.

Non tanto da quello degli avversari, che finora hanno dimostrarlo di non saperlo contrastare, quanto da quello interno.

Giorgia Meloni lo incalza perché, nell’immaginario del popolo sovranista, dimostra maggior attendibilità e competenza.

Fratelli d’Italia s’impegnerà allo spasmo per spolpare la Lega.

Ma le insidie maggiori per “Il Capitano” arrivano dal fronte interno dove – se il risultato delle urne fosse deludente – scatterebbe la rivolta dei colonnelli del Nord.
La trasformazione della Lega Nord prima in Lega poi in Lega Salvini Premier è stata mal digerita anche da quei dirigenti che in quest’ultimo anno si sono trincerati dietro il silenzio ritraendosi dal proscenio.

Se la Lega scendesse significativamente al Nord, pur a fronte di un buon consenso al Centro-Sud, qualcuno ha già pronto un documento che assomiglia tanto all’ “Ordine del giorno Grandi”.

Ma sugli assestamenti in corso – che non escludono le due Leghe della Granda - torneremo nei prossimi giorni perché alcuni passaggi rimasti sospesi avranno ricadute nel partito in Piemonte.

Giampaolo Testa

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