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Curiosità | 24 giugno 2020, 20:01

Settant'anni fa Pavese vinceva il Premio Strega, accanto alla sorella del suo grande amore

Nel "Mestiere di vivere" lo scrittore riporta il viaggio in treno da Torino a Roma per la cerimonia: un evento "mondano", "massimo trionfo", a due mesi dal suicidio

Cesare Pavese

Cesare Pavese

"Domattina parto per Roma. Quante volte dirò ancora questa parola? E' una beatitudine, indubbio. Ma quante volte la godrò ancora? E poi?". Così annotava Cesare Pavese nel fittissimo diario poi pubblicato postumo come Il mestiere di vivere: la data impressa sulla pagina è il 22 giugno, siamo nel 1950. Due giorni dopo, esattamente settant'anni fa, si sarebbe tenuta nella capitale la cerimonia del Premio Strega, conferito all'autore di Santo Stefano Belbo per La bella estate, edito da Einaudi. 

Scritto nella primavera del 1940 e pubblicato nel 1949 assieme a Il diavolo sulle colline e Tra donne sole, il romanzo è, come affermò lo stesso Pavese, la "storia di una verginità che si difende", il racconto dell’inevitabile perdita dell’innocenza. 

Sullo sfondo di una Torino grigia e crepuscolare, si dipana la dolorosa maturazione di un’ingenua adolescente: nell’ambiente corrotto e sregolato della bohème artistica torinese, Ginia si innamora di un giovane pittore da cui, dopo resistenze interiori e rimorsi malcelati, si lascerà sedurre. È l’inizio di un amore disperante, carico di attese e vane illusioni, destinato a consumarsi nel breve attimo di una stagione. Un romanzo intenso e delicato che narra l’iniziazione alla vita, nella fase che segna, con la scoperta dei sensi e della tentazione, il passaggio dall’adolescenza alla maturità e la consapevolezza del proprio inevitabile destino.

Pavese ricevette il più prestigioso riconoscimento letterario italiano due mesi prima di togliersi la vita in quella stanza dell'Hotel Roma, in piazza Carlo Felice, a Torino. Già da lunghe settimane accusava sofferente l'allontanamento di Constance Dawling, bellissima attrice statunitense di cui si era innamorato alla fine del 1949, durante la sua permanenza in Italia. "Lei è la poesia, nel più letterale dei sensi", scriveva. "Certo in lei non c'è soltanto lei, ma tutta la mia vita passata, la inconsapevole preparazione - l'America, il ritegno ascetico, l'insofferenza delle piccole cose, il mio mestiere".

Sarà infatti la sorella di Constance, Doris, ad accompagnare a Roma Pavese in quello che egli stesso definisce "il mio massimo trionfo", "tutto il dolce senza l'amaro". E si buon ben dire che il conferimento dello Strega abbia fatto da cassa di risonanza, per l'opinione pubblica, alla notizia sconvolgente del suicidio. Tutta l'Italia moralista del benessere sussultò, a cominciare dalle schiere di intellettuali che assieme a Pavese stavano facendo la storia della letteratura del dopoguerra.

Così, nel settantesimo anniversario della sua morte, il ricordo dell'uomo si accompagna a quello dello scrittore, suggellato dalla mondanità di un evento editoriale che, in quell'occasione, riempì per pochi giorni un abisso di dolore reale e poetico, straziante e tangibile: "Non ci si uccide per amore di una donna. Ci si uccide perché un amore, qualunque amore, ci rivela nella nostra nudità, miseria, inermità, nulla".

manuela marascio

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