/ Curiosità

Curiosità | 07 giugno 2020, 14:31

Violenze e disordini, quando i sogni si rivelano incubi - Sorry to Bother You

Tutti vorremmo vivere in un mondo in cui i cambiamenti sociali arrivino senza l'utilizzo della forza. Ma invece ci ritroviamo in uno in cui una minoranza non smetterà mai di essere riconosciuta come tale senza scossoni

Lakeith Stanfield (a sinistra) e Armie Hammer (a destra)

Lakeith Stanfield (a sinistra) e Armie Hammer (a destra)

“Sorry to Bother You” è un film di produzione americana del 2018, scritto e diretto da Boots Riley (al suo assoluto esordio in carriera).

Protagonista del film è Cassius Green, un giovane afroamericano che vive con la ragazza nel garage dello zio e trova lavoro in un call center; qui, grazie al consiglio di un collega più anziano, scopre che affrontare le televendite con la sua “voce da bianco” gli permette di avere molto più successo. Da quando deciderà di utilizzare questo trucco Cassius comincerà a scivolare in una lunga e sempre più profonda spirale di follia e disagio sociale, che lo porterà a scoprire i loschi traffici dei dirigenti dell’azienda… e un complotto per creare una nuova forma di vita, con l’intento di schiavizzarla.

Se la puntata 8 di Watchmen – protagonista dello scorso appuntamento della rubrica – è il massimo raggiunto dalla serialità televisiva nel trattare e dipingere la condizione dei neri in America di cui da qualche giorno a questa parte stiamo osservando le conseguenze, sono abbastanza convinto che l’esordio di Riley, “Sorry to Bother You”,  lo sia per quanto riguarda il mondo del cinema.

Oh sì, parliamo di nuovo della questione razziale negli Stati Uniti. Perché di che altro dovremmo parlare, ora che l’emergenza sanitaria Covid-19 sta lentamente ma progressivamente indebolendosi? Come al solito, credetemi che mi piacerebbe parlare d’altro.

“Sorry to Bother You” è, credo, uno degli esordi migliori degli ultimi anni dietro la macchina da presa. Un film moderno, fresco, una commedia sociale pop e molto godibile che arriva a dimostrare di avere non solo una tematica importantissima ma anche diversi passaggi all’horror e al thriller davvero funzionali (seppur, forse, inaspettati).

Il punto della pellicola, della storia di Cassius Green (che non ha caso viene chiamato da tutti “Cash”) è dipingere il XXI° secolo di un qualunque giovane adulto afroamericano, stretto in una società che ti impone di raggiungere un certo stile di vita e ti sventola davanti agli occhi una verità davvero confortante – insita in quello che, da secoli, viene definito il “sogno americano” - : chiunque, se lavora sufficientemente a lungo, può raggiungere il successo. Ma successo, spesso, fa rima con il totale soffocamento di ciò che fino a un attimo prima si considerava giusto e sacrosanto, con l’accettazione di alcune dinamiche tutt’altro che moralmente inattaccabili e con la compartecipazione nella sofferenza ingiustificata, presente e futura, delle altre persone.

Cash, il nostro protagonista, raggiunge la sua epifania quando scopre che la sua azienda è implicata in traffici illegali a livello internazionale, e che sta promuovendo un esperimento scientifico improntato all’assoggettare la popolazione meno abbiente e trasformarla - letteralmente – in bestie da soma. Le cose riusciranno a mettersi per il meglio, per lui, anche se questo significherà cedere agli istinti più bassi della propria (nuova) natura.

Alcune immagini che arrivano e che sono arrivate dagli Stati Uniti negli ultimi giorni sono davvero terrificanti. Non solo quelle di violenza perpetrata dalla polizia sui pacifici manifestanti, ma anche quelle dei danneggiamenti e dei saccheggi inflitti ai vari quartieri coinvolti nella protesta dai manifestanti che così pacifici non si sono dimostrati. Ed è facile – di più, è giusto e comprensibile – che la maggior parte delle persone che dalle proteste non sono state toccate considerano la deriva che queste hanno preso deprecabile quanto le violenze che l’hanno generata. “Così si passa dalla parte del torto”, l’avrete forse sentito ripetere più volte.

Il punto è che, credo, non sia vero. Non nel caso specifico. E comprenderlo è difficile, per noi, forse quasi impossibile.

Non stiamo parlando di manifestazioni e movimenti di protesta che rispondono (soltanto) a un fatto di cronaca recente. Parliamo di una minoranza che nonostante la concezione comune dell’intero pianeta si sia spostata dalle posizioni che la vedono, appunto, come una minoranza, quotidianamente e da decenni continua a essere trattata come tale. Parliamo della terrificante noncuranza con cui le forze di polizia americane si sentono libere di agire con più violenza contro i neri, di ucciderli tenendosi una mano in tasca come fosse nulla. Parliamo di 400 anni di soprusi e di violazioni, di umiliazioni e di sfruttamenti che hanno avuto il risultato di rendere l’America una delle prime (e, per un bel periodo, la prima) nazioni al mondo.

Non è un’aberrazione, che una rivolta sfoci nella violenza e nelle barbarie. Storicamente, è quello che accade quando la pressione viene liberata. Una rivoluzione non è un pranzo di gala, questa l’avrete già sentita sicuramente.

Criticare i saccheggi e gli incendi senza riconoscere allo stesso tempo che il farlo – semplicemente, bianchi, oltre che non americani – è in effetti una delle ragioni per cui la rivolta stessa è cominciata, credo sia una mancanza di senso di responsabilità. E, in momenti storici così profondi e importanti come quelli che stiamo vivendo da tre mesi a questa parte, non è proprio qualcosa che possiamo permetterci di fare.

redazione

MoreVideo: le immagini della giornata

Ti potrebbero interessare anche:

Prima Pagina|Archivio|Redazione|Invia un Comunicato Stampa|Pubblicità|Scrivi al Direttore|Premium